Anche la sinistra mi dà ragione: Villari deve restare al suo posto

Nell’opposizione spunta solo ora chi riconosce come il presidente della
Vigilanza Rai sia stato eletto in maniera democratica. Altro che "accordi segreti e voti comprati"

Quando un uomo diventa un caso, tutto si fa più difficile. È accaduto a Riccardo Villari. Finché era un semplice senatore del Pd, il suo destino era nelle mani del partito. In questa condizione ci sono vantaggi e svantaggi. Con l'attuale sistema elettorale, (che tanto piace), per esempio, basta stare fermi: il candidato non deve fare niente, non deve chiedere di essere votato, non deve cercare preferenze, non deve agitarsi. Gli basta avere la benevolenza del segretario del Partito per essere candidato e messo nelle liste in una buona posizione. Una volta eletto, il suo margine di movimento si ridurrà ancora di più, salvo che non gli tocchi di essere chiamato al governo o di presiedere una commissione, meglio se di garanzia. Sia nel primo sia nel secondo caso il suo merito sarà irrilevante. Se incompetente avrà possibilità di andare a un ministero. Se avrà mostrato qualche inclinazione potrà essere indicato per la presidenza di una commissione alla quale non verrà eletto (nonostante la finzione della votazione) ma nominato, magari per compensarlo di non essere stato chiamato al governo.
Spazi per la democrazia ne restano molto pochi ed è per questo che diventa esemplare non l’elezione del presidente, ma il caso Villari. Che va alla Vigilanza Rai per un’iniziativa parlamentare autonoma. E non per decisione del segretario del Partito democratico cui, per convenzione parlamentare, toccherebbe di indicare il presidente di quella Commissione, e neppure, come insinua Orlando, per una manovra di palazzo del presidente del Consiglio dopo «incontri segreti» (sic). Villari è invece l'espressione pura di un voto democratico, come in molti altri casi, imprevisto ma non imprevedibile. E oggi, grazie alla resistenza di Villari, insultato da Di Pietro, da Orlando, da Veltroni, e da molti compagni di partito, atteggiati a moralisti e scandalizzati, è iniziato il disgelo della sinistra che riconosce che il presidente è stato eletto in modo del tutto legale. È la posizione di Mario Barbi, Gianni Vernetti, Enzo Carra, Pier Luigi Mantini, e, da sempre, di Marco Follini. E anche più forte è la posizione di Linda Lanzillotta, ministro ombra della Funzione Pubblica, che ha dichiarato: «L'idea che si introducesse un principio nell’ordinamento parlamentare che consentisse solo sulla base della appartenenza o meno a un partito la revoca di un presidente legittimamente eletto, è inquietante». Inquietante, appunto. Anche che sulle mie posizioni a favore di Villari, per primo, arrivino soltanto ora parlamentari di sinistra di lungo corso e di grande esperienza. Inquietante più che, come pedine, si muovano commissari per fare spazio ad altri. Come è avvenuto con le dimissioni di La Torre in favore di Zavoli. Il quale, indicato a-democraticamente da Veltroni col benestare di Berlusconi, non poteva essere eletto presidente, non essendo membro della Commissione. Insomma, un pasticcio, nel totale disprezzo delle istituzioni e della democrazia. D'altra parte se la Commissione di Vigilanza deve essere di garanzia, quale miglior garante di un presidente senza partito e non nominato dalle segreterie? Dovrebbe essere l'ideale per Veltroni, che invece l’ha espulso, con disprezzo, dal partito. La sua posizione è ben rappresentata da Fabrizio Morri, capogruppo del Pd in Vigilanza, rigido come il commendatore nel Don Giovanni. C’è stata una ferita istituzionale seria, che non può essere archiviata presentando le vittime come responsabili: per la prima volta in vent’anni si esprime un veto sul candidato dell’opposizione, Leoluca Orlando, e arriva un presidente «comprato» politicamente parlando, in casa del Pd.
«Ora i rapporti in Vigilanza sono alterati. Speriamo che la giunta ne prenda atto». (E oggi che alcuni deputati del centrosinistra mi danno ragione sarebbe paradossale che il vicecapogruppo del Pdl al Senato Quagliariello, per far decadere Villari, facesse dimettere a suo danno tutti i membri del centrodestra in commissione). La giunta, secondo questo campione di democrazia, ispirato dal presidente del Senato Schifani, dovrebbe far dimettere Villari non da presidente ma da commissario. In quanto, cacciato dal Pd, è stato costretto a confluire nel gruppo misto che ha già un rappresentante in Vigilanza. Bizantinismi che congiurano contro la democrazia e le garanzie millantate. E non mancano i precedenti. Anch’io fui presidente di commissione, benché iscritto al gruppo misto. D’altra parte per contrastare l’espediente pseudo regolamentare di Schifani sarebbe sufficiente che l’Mpa (nel gruppo misto al Parlamento) desse la sua disponibilità alle dimissioni dell'onorevole Sardelli che so, in cuor suo, pronto a dimettersi.
Avete visto che pasticcio quando un uomo diventa un caso e quando con regolette, regolamenti ed espulsioni si cerca di ostacolare la democrazia? Tutto sarebbe così semplice e, d’altra parte, un organo di garanzia non può essere fatto saltare da veti crociati e incrociati dei partiti. Altrimenti dovremmo immaginare che, se Schifani o Fini, per imperscrutabili ragioni (questo già vale per il presidente della Repubblica) si dimettessero dai rispettivi partiti, o ne fossero cacciati, solo perché eletti, come è toccato a Villari, se ne dovrebbe pretendere le dimissioni da presidente della Camera e del Senato, organi di garanzia, né più né meno della Commissione di Vigilanza.
Belle garanzie! Il caso Villari è il banco di prova di una democrazia impaurita e malata.