Anche la sinistra è responsabile della crisi di Napoli

Marcello D’Orta

Se, come recita il titolo dell’ultimo libro di Giorgio Bocca, Napoli siamo noi, cioè, se «il modello Napoli (...) può diventare, fra non molto, il modello vincente in Italia», stanno freschi i milanesi, i torinesi, i veneziani, i romani, insomma gli italiani. Meglio chiudere bottega, meglio fuirsene, come suggerì Eduardo, fare le valigie e partire per «le Americhe» la Germania, l’Australia, come un tempo milioni di connazionali.
Perché il «modello Napoli» è il modello di una città degradata e avvilita, preda della camorra, formicaio impazzito dove regna l’anarchia e il «tira a campà», dove il lavoro nero recluta migliaia di bambini e la disoccupazione è la più alta d’Italia, dove la Sanità è a livelli di Terzo mondo, dove l’evasione scolastica è fortissima, dove l’immondizia a momenti sommerge quartieri (molti dei quali si armano a difesa di spacciatori e scippatori), dove le strade sprofondano dopo un’ora di pioggia, dove i turisti sono scippati e spediti al Pronto Soccorso, dove gli intellettuali sono al soldo del potere, che qui si chiama (da anni) Antonio Bassolino. Chi viene a Napoli sogna ancora il pino della cartolina, il fumo del Vesuvio, le canzoni d’autore, il mandolino dei posteggiatori, la macchietta di Totò, il pazzariello, il mare blu e l’aria salubre. La realtà è che non c’è più niente di questo: si mangia ancora una buona pizza, si possono ancora visitare grandi musei, ma sempre che tutto vada bene, ma sempre che riusciate ad arrivare a tempo al ristorante, ma sempre che qualche pallottola vagante non anticipi le vostre esequie.
Chi ha ridotto la città cantata da Stendhal, Goethe, Byron, in «un’integrale cloaca, urbana, amministrativa, turistica, morale» (Ceronetti)? Non è facile dirlo. I mali di questa città sono antichi, le colpe da dividersi in tanti, ma è certo che il mezzo milione di iscritti alle liste di povertà, il più alto numero di giovani disoccupati, la camorra padrona dell’economia, il traffico caotico, la Sanità più inefficiente d’Italia, hanno tratto - per così dire - alimento dalla sciagurata conduzione politica degli ultimi dieci anni, che, per i pochi che non lo sapessero, ha avuto come emblema la falce e il martello.
Sono vere le parole di Berlusconi ai microfoni di una emittente privata napoletana: «La Campania è una regione che la sinistra ha disastrato e in cui conserva il consenso elettorale grazie alle pratiche clientelari e al nepotismo». Dalle mie parti, o parli la lingua di Prodi e Bertinotti (sono accettate entrambe) o te ne vai a spasso in via Caracciolo. Tutto è nelle mani rosse del partito e in quelle altrettanto rosse della camorra, compresi i funerali e il seppellimento (leggi business delle pompe funebri). Ogni giorno, per strada, sfilano cortei di disoccupati, ma intanto il nostro emerito governatore, per finanziare un corso per novantasette aspiranti veline, spese un milione e duecentottantamila euro (per queste ed altre spese insensate, la Regione Campania, ha fatto registrare un indebitamento di oltre due miliardi di euro).
Votare per la sinistra, alle prossime elezioni, significherebbe per i napoletani riconsegnarsi ai propri sfruttatori, e per gli italiani «rischiare» di diventare napoletani. Vale a dire, offrire il collo ai vampiri.
mardorta@libero.it