Anche la stampa austriaca laurea la «Cherubini-prodigio» di Muti

Il Maestro si gode il successo al Musikverein di Vienna

da Vienna

In palcoscenico c’era l’Italia creativa, artistoide, quella che resiste al ristagno economico, sociale e soprattutto politico, l’Italia dei bei colpi di scena che riaccendono il glorioso passato di una terra naturalmente votata all’arte e in particolare alla musica, come la nostra lingua vocalica ricorda. In sala, il Musikverein di Vienna, sedeva un pubblico fra i più esigenti che ci si possa aspettare, per il quale l’acquisto del biglietto di un concerto non è un dovere sociale, ma un atto d’amore per se stessi, e proprio per questo non scende a compromessi, i casi sono due: o premia e incensa o non perdona minimamente l’artista di turno.
Cinque giovani cantanti di casa nostra (salvo il soprano, andaluso), l’Orchestra Giovanile Cherubini e il suo pigmalione, il direttore Riccardo Muti, hanno ricevuto un vero e proprio attestato di merito per il Don Pasquale di Donizetti proposto sabato e domenica nella sala d’oro (tanto per intenderci, quella del concerto di Capodanno) del Musikverein. Un trionfo fatto di applausi a scena aperta, di multiple chiamate al proscenio per direttore e cantanti, standing ovation. E soprattutto quella complicità propria di un pubblico attento e consapevole, con l’occhio vigile sul libretto e l’orecchio ben teso.
È vero. Muti, qui e alla Staatsoper è di casa. L’Imperial, lo storico hotel dirimpettaio del Musikverein, gli riserva la suite che ormai è una seconda dimora. A lui è stato commissionato il concerto di punta, di Vienna e di Salisburgo, delle celebrazioni per il centenario dalla nascita di Herbert von Karajan. Idem per i festeggiamenti del 2006 di Mozart. È periodicamente alla testa dei Wiener. Tuttavia, il senso dell’etica teutonico e la consapevolezza di sedere nella casa dei Wiener, il Musikverein appunto, travalica le ragioni dell’affetto. In breve, il successo qui non era scontato. Cosa ben chiara ai ragazzi della Cherubini e al quintetto di cantanti, tra cui il basso Alaimo nei panni di Don Pasquale e il soprano Pastrana in quelli di Norina, protagonisti di questo Don Pasquale per ovvie ragioni senza scena. Una partitura maturata nel corso di due anni circa di lavoro, testata in casa, cioè a Piacenza e a Ravenna, quindi esportata altrove, anche a San Pietroburgo su richiesta del direttore Valery Gergiev.
Qui l’invito è piovuto dal Musikverein, un ente ben attento a selezionare gli ospiti. Quanto all’Italia, solo quattro orchestre hanno superato l’esame di ammissione, ovvero la scaligera dell’era Muti, l’orchestra del Maggio Musicale fiorentino e l’orchestra di Santa Cecilia di Roma. Dunque la Cherubini. Perché l’eccellenza dell’Italia musicale, si sa, è ancora debitrice del teatro d’opera, sul fronte orchestrale si fatica a tener testa alle grandi compagini d’Europa e Stati Uniti.
Al pubblico plaudente, si è unita la critica austriaca che ha premiato il Don Pasquale, ma più in generale il lavoro fatto fino a ora. Un’attività valutata nel corso degli anni e in particolare del Festival di Pentecoste di Salisburgo dove la Cherubini ha debuttato l’anno scorso e dove tornerà per altri quattro anni, maggio 2008 incluso.
Ora, la Cherubini è un’orchestra-laboratorio, nel senso che qui si viene per imparare il mestiere dell’orchestrale, ma allo scadere del terzo anno, è richiesto migrare e insediarsi altrove: le credenziali dovrebbero spianare la strada. E di fatto, c’è chi ha un contratto, in vista o reale, con il Maggio, il Comunale di Bologna, il San Carlo di Napoli eccetera. Ma fra i ragazzi si avverte una certa apprensione, quella dei coetanei di qualsiasi professione certo poco incoraggiati dal gran parlare italiano (e poco fare) intorno ai giovani. In aggiunta, quando a 25 anni hai suonato al Musikverein e sei stato ospite dei Festival che contano, è difficile anche solo pensare di retrocedere. Muti ha completato il suo lavoro, cioè formare. Ora il testimone deve passare a qualcun altro.