Anche stavolta Pinocchio batterà il Gatto e la Volpe

Caro Granzotto, sommessamente, col cappello in mano, le ginocchia leggermente flesse e lo sguardo abbassato, vorrei porle una semplice domanda. Chi della coppia fissa Napolitano/Fini è il Gatto e chi la Volpe? Tutto qui, ma glielo chiedo sottovoce, umilmente, perché di Gatto e di Volpe trattasi senza dubbio alcuno, ma vorrei rispettosamente poter dare la collocazione giusta a questi due statisti, oltre alla mia personale ammirazione e stima. E di tanto, anticipatamente, la ringrazio.
Genova

Perdinci. Posta così, con quel fare cerimonioso, la sua domanda dovrebbe in men che non si dica avere una risposta, caro Simonetti. Ma come si fa? I due personaggi di Collodi sono divenuti antonomastici, cioè, lo dice la parola stessa, usati per antonomasia, come Maramaldo, Sacripante, Gradasso, Perpetua, Ercole, Paparazzo o Mecenate. Nel nostro caso, il Gatto e la Volpe raffigurano i lestofanti, gli imbroglioni e mi dica lei se è politicamente corretto dare del lestofante e dell’imbroglione alla carica istituzionale numero uno e a quella numero tre. Se il Gatto e la Volpe rappresentassero, siamo sempre nelle antonomasie, due marpioni, ci si potrebbe anche stare. Marpione è chi persegue le proprie finalità utilizzando strategie poco trasparenti (vede come ci sta, eh, caro Simonetti?), marpione è la persona scaltra, quel che si dice un furbacchione. Peccato per l’etimologia. Viene dal francese morpion, che sta per Phtirius inguinalis o Phtirius pubis, cioè per «piattola» (a proposito di morpion, ora le racconto una storiella. Nel 1864 o giù di lì Théophile Gautier, sa, l’autore di Mademoiselle de Maupin e del Capitan Fracassa, compose i versi di una ballata, il De profundis morpionibus. Roba goliardica, della quale potrei riportare solo la prima quartina; il resto, lasciamo perdere: non le dico dove e cosa combinano, i morpions. Be’, andò che avendo la ballata riscosso un considerevole successo negli ambienti scapigliati della Parigi del Secondo impero, un editore pensò bene di pubblicarne le scollacciate rime nel suo Parnasse satyrique du XIX siècle. La rivista stava per andare in macchina quando sopraggiunse un Gautier trafelato a bloccare tutto. Proprio quel giorno aveva saputo che l’Académie Française stava vagliando, per la seconda volta, l’opportunità di cooptarlo rendendolo, così, «immortale». Ed essendo il comitato esaminatore composto da fior di bacchettoni, la pubblicazione del De profundis morpionibus non avrebbe certo giovato alla causa. L’editore prese atto e Gautier, riconoscente, gli concesse più avanti, quando dopo il terzo rifiuto capì che mai sarebbe diventato un accademico di Francia, di dare alle stampe la ballata assieme ad altri componimenti corsari e impudichi. Che dice, caro Simonetti, ho divagato troppo? Chiudo la parentesi e torno a bomba).
Peccato per l’etimologia, dicevo, sennò «marpione» sarebbe andato benissimo. Quanto al Gatto e alla Volpe, non è che Collodi tratteggiò quest’ultima più scaltra del compagno: la coppia è parimenti lestofante e dunque l’uno vale l’altra. Anche a volerlo fare, ed io non voglio farlo, Fini potrebbe in teoria esser dunque indifferentemente Gatto o Volpe. Idem per Giorgio Napolitano. Sempre, poi, a volerlo fare, ed io eccetera eccetera, non va dimenticato che al primo colpo al Gatto e alla Volpe andò male. Credevano, i gaglioffi, d’aver fatto fuori Pinocchio (che a volerlo fare eccetera sarebbe il Berlusca). Ma quello la scampò, salvato dalla Fatina Turchina (a volerlo fare, chi potrebbe essere, oggi, sulla piazza, la Fatina Turchina?). Né va trascurata la fine miseranda che fecero i due lestofanti. Pinocchio trionfò e il Gatto e la Volpe, male in arnese, finirono a chiedere l’elemosina. La Volpe, poi, per tirare a campare dovette vendersi anche la coda. Ce n’è d’avanzo per trarne una morale, specie se, a volerlo fare, si ritenga Fini più volpesco che gattesco. Con ampia scelta di code fra le quali, grossa così, quella di paglia.