Anche gli svizzeri votano altro banco di prova per la Ue

Questo weekend i cittadini elvetici votano sull’adesione agli accordi di Schengen e Dublino. Secondo i sondaggi, consensi in calo

Elisabetta Pisa

Un cavallo di Troia. Un oggetto monumentale e affascinante, ma al cui interno si annidano solo insidie. È questo il simbolo utilizzato dall’Udc, l’Unione democratica di centro, il partito elvetico di destra, per opporsi all’adesione agli accordi di Schengen e di Dublino. Come dire: l’avvicinamento all’Unione europea porterà solo sciagure. Dopo la Francia e l’Olanda, ora tocca alla Svizzera esprimersi sull’Europa, anche se su un terreno diverso. Questo weekend i cittadini andranno alle urne per decidere se aderire o no ai due Trattati: il primo prevede l’abolizione dei controlli sistematici alle frontiere interne; il secondo regola la cooperazione in materia di asilo politico, contribuendo alla lotta all’immigrazione clandestina. Accordi cui Berna ha chiesto di aderire per combattere anche la criminalità (la Svizzera potrà, difatti, accedere al Sis, la banca elettronica dello Spazio di Schengen, contenente 11 milioni di dati su persone e oggetti ricercati) e contenere il flusso immigratorio.
Accordi che però non incontrano il favore di tutti. Soprattutto all’indomani della bocciatura franco-olandese della Costituzione europea. Un rifiuto che ha dato man forte in Svizzera a chi si oppone alle manovre di avvicinamento di Berna a Bruxelles. Già prima del voto di Francia e Olanda, il consenso a Schengen e Dublino era in calo. Secondo l’ultimo sondaggio di una decina di giorni fa, il 55% degli interpellati era favorevole agli accordi con l’Unione europea, percentuale in flessione del 7% rispetto al mese di aprile. L’esito della consultazione è quindi ora più che mai incerto. Del resto i timori degli svizzeri non si differenziano molto da quelli di francesi e olandesi. La crisi non ha risparmiato nemmeno la Confederazione. L’economia è stagnante: il Pil non cresce e fra gli svizzeri si fa largo il timore dell’invasione dei lavoratori dell’Est a basso costo. Anche se Schengen e Dublino non hanno niente a che vedere con questi problemi, checché ne dicano gli oppositori: più immigrati, disoccupazione e criminalità sono state le paure su cui ha fatto leva durante la campagna in vista del referendum l’Udc, che peraltro ha stravinto alle elezioni politiche dell’ottobre del 2003, sfruttando questi stessi cavalli di battaglia. La destra nazionalista antieuropeista si oppone agli accordi di Schengen e Dublino, perché li considera come l’anticamera dell’adesione della Svizzera all’Ue. Per questo una decina di giorni fa è stato trainato sulla Piazza federale a Berna un gigantesco cavallo di legno, alto quasi otto metri, del peso di cinque tonnellate, su cui campeggiava la bandiera dell’Ue, e dal cui ventre sono usciti alcuni militanti con le maschere di terroristi, quali Bin Laden e Mohamed Atta. Come dire: per non incorrere in grossi rischi è meglio che la Svizzera mantenga la sua rotta solitaria. D’altro canto anche il ministro delle Finanze, il radical-democratico Hans Rudolf Merz, si è rallegrato del voto francese: a suo dire è la dimostrazione che la via bilaterale tra Svizzera e Ue è la strada giusta da percorrere. In altre parole Berna preferisce mantenere la propria autonomia a livello politico e far parte dell’Ue solo economicamente attraverso una serie di accordi, negoziati di volta in volta su materie specifiche. Come, appunto, Schengen e Dublino. Trattati sostenuti dai partiti Popolare-Democratico, Liberale-radicale e Socialista, e anche dal mondo economico. L’abolizione dei controlli sistematici al confine con la Svizzera significa, difatti, dare impulso agli scambi con i partner europei e agli spostamenti dei businessman. E ne trarrebbe beneficio anche il turismo. I turisti non avranno, difatti, più bisogno di chiedere un visto per entrare in Svizzera: varrà quello ottenuto per lo Spazio Schengen. Un modo per snellire le procedure burocratiche e ridare slancio a un comparto in crisi.
L’accordo di Dublino, invece, consentirà di collaborare con l’Ue nella lotta all’immigrazione clandestina, evitando che la Svizzera diventi la mèta privilegiata dei rifugiati respinti dai Paesi Ue. La convenzione prevede che gli immigrati possano avviare la procedura per chiedere accoglienza solo in uno degli Stati che aderiscono all’accordo. Oggi circa un quinto delle richieste d’asilo presentate nella Confederazione è inoltrato da persone già respinte da un Paese europeo.