Anche le toghe usino il pugno di ferro

È apprezzabile lo scatto di reni del governo che si è detto pronto a varare un decreto per escludere dalle alternative buoniste al carcere chi ha commesso il reato di stupro. Non essendo questo il momento da farsi venire pruriti politicamente corretti, buona anche l’idea, riproposta dalla Lega, della castrazione chimica riservata a quei soggetti. Encomiabile, poi, la volontà espressa sia dalla destra come dalla sinistra di affrontare di petto il problema della sicurezza (fino a ieri negato dai «sinceri democratici») e in particolare di mettere un termine alla catena di violenze sessuali. Un bel passo avanti considerando che nelle scorse settimane nugoli di progressisti e di esponenti della sedicente società civile ai quali si unì una processione di preti frignoni e belanti si strappavano i capelli alla sola ipotesi che un medico avesse il dovere di segnalare l’eventuale condizione di clandestinità (che è un reato) di un loro paziente. Perché, poverini, i clandestini già hanno lungamente sofferto la fame e la sete nelle quarantott’ore di navigazione dalle coste africane, già son stati tanto stretti a bordo delle imbarcazioni, già hanno avuto l’umiliazione di non essere accolti al suono della fanfara e ci manca altro che dopo essersi fatti ricucire gli sbreghi e medicare altri danni provocati da qualche rissa fra compari, il medico li segnali agli sbirri. Stando così le cose, sarebbe anche doveroso dar coralmente atto a Roberto Maroni d’aver prima d’ogni altro esposto la questione nei suoi giusti termini: è ora di finirla col buonismo. È ora di mostrarsi e di agire da cattivi e «affermare - sono le parole del ministro - il rigore della legge». Però il punto è lì, nella legge, o meglio in coloro che sono chiamati ad applicarla. «Fatta la legge, trovato l’inganno» è uno dei modi di dire più popolari, e non senza ragione. Se poi a dover trovare l’inganno è - per spirito umanitario, ben inteso, per solidarietà d’animo e di cuore, per fratellanza universale e tante altre belle cose ancora - un magistrato, ci si mette niente. Se a un clandestino recidivo e spacciatore di eroina come quella bestia di Jamel Moamid, un magistrato ha potuto concedere la libertà (di violentare una ragazzina a Bologna, a conti fatti) avendo escluso il pericolo che potesse tornare a delinquere, che potesse reiterare il reato e di clandestinità e di spaccio, si ha un bel voler riaffermare i rigori della legge. Perché un cavillo, una scappatoia o un inguacchio il buonista togato ci mette niente a trovarlo. Per dire come sia vasta la prateria dell’inganno, è sufficiente ricordare che da noi saltano i processi perché su qualche atto è stato apposto un timbro con tampone di gomma e non, come da norma, di ferro. Altro che vasta, sterminata. Vengano dunque le nuove e più intransigenti leggi, venga anche la castrazione chimica e perfino la palla assicurata con una catena alla caviglia, ma se non cambia l’aria che circola in certi tribunali e Procure, sarà tutto inutile. Perché è lì, nei tribunali, che si infligge la pena, che la si rende esecutiva. E se a bontà di una legge si infrange contro il muro delle toghe, i guai che ne derivano sono superiori ai benefici che avrebbe apportato se correttamente applicata. Il furore della madre della ragazza violentata nel parco romano della Caffarella, «Voglio subito giustizia se no me la faccio da sola» - e per quella donna giustizia significa una cosa sola: galera - è il furore di una maggioranza per ora ancora silenziosa, ma che se esasperata può farsi sentire in modo tumultuoso. Ed è bene tenerne conto.