Anche le tute blu scaricano il premier

nostro inviato a Brescia

Il primo turno all'Iveco è entrato quando le edicole erano ancora chiuse. L'intervista di Fausto Bertinotti se la sono trovata appesa in una bacheca all'uscita. Ma loro, i metalmeccanici iscritti alla Fiom e a Rifondazione in una delle ultime roccheforti operaie d'Italia, sanno già «perché la sinistra ha fallito»: è scritto nelle buste paga. «In casa lavoriamo in due ma si fatica ad arrivare a fine mese», è il ritornello delle tute blu. Nessuna sorpresa per la lapide messa da Bertinotti sul governo e per il referendum che il partito organizzerà tra gli iscritti. «Certo che parteciperemo. E chiuderemo questo capitolo». Nella sede del partito di via Cassala, ex zona industriale non lontana dalla stazione, il neoeletto segretario provinciale Giannarosa Baresi salta da una riunione a una telefonata. Mattinata in linea con la direzione nazionale, pomeriggio al tavolo con gli altri partiti della sinistra: sabato e domenica a Roma c'è l'assemblea della Cosa rossa, e poi in primavera a Brescia si vota per il sindaco. Rapporti tesi? «Be’, chiaro che siamo delusi. E anche arrabbiati. Ma solo parte del partito è cosciente che bisogna opporre una resistenza costruttiva. La condizione operaia a Brescia è tragica, perfino Confindustria dice che i salari sono bassi, e il governo che fa? Cancella il lavoro dall'agenda. Sapevamo che nell'Unione ci sarebbero state difficoltà, non ci facevamo illusioni. Ma qui è una questione d'onore, il programma firmato è stato disatteso. Hanno cambiato le carte in tavola, è come giocare a ramino con un mazzo da briscola».
Delusione, sfiducia, forse rassegnazione. «Serviamo solo per portare voti, e magari ci daranno ancora la colpa della crisi», protesta Osvaldo Squassina, per 27 anni sindacalista della Fiom bresciana e ora consigliere regionale di Prc. «Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che abbiamo perso. La Finanziaria e la riforma delle pensioni sono una sconfitta. Non abbiamo avuto la forza di cambiare e dobbiamo rimboccarci le maniche per modificare i rapporti di forza. Il clima è pesante, chi non lo avverte o guarda altrove o fa finta. I militanti che volantinano davanti alle fabbriche si sentono dire: ma che ci state a fare al governo? Prima delle elezioni gran parte dei nostri elettori sperava nel cambiamento e solo una minoranza era diffidente. Oggi che il programma concordato è stato disatteso, c'è chi si domanda che senso abbia stare ancora al governo, chi medita l'abbandono della politica e chi gongola perché “l'avevamo detto”. Fa bene il segretario Giordano a metterla giù dura: se la verifica non dà risultati, se non ci sarà un nuovo accordo sui temi, prendiamo atto che una fase si è chiusa e che è meglio uscire da questo governo dove comandano Prodi e i suoi luogotenenti».
Venerdì all'assemblea generale dei metalmeccanici bresciani (oltre mille delegati) c'era anche Maurizio Zipponi, deputato bresciano del Prc, come Squassina ex segretario provinciale Fiom, responsabile dell'Area economia del partito, uomo di raccordo tra Rifondazione e mondo del lavoro. Dieci anni fa portò i metalmeccanici bresciani a Roma per puntellare Prodi: oggi non lo rifarebbe. «L'intervento di Giordano alla Camera rispecchia mente e cuore dei lavoratori. Sbaglia chi lo sottovaluta: le sue parole sono state pesate una per una. Voteremo la Finanziaria per responsabilità sociale, poi questa fase si chiude. L'Unione non c'è più, il programma di 280 pagine è roba da archeologia industriale. Temi come il precariato, i salari, lo sviluppo sono stati cancellati. Tra gennaio e febbraio ci saranno la verifica e il referendum, e allora vedremo. Venerdì ho visto tanti trentenni privi di bagagli ideologici, delusi e sconcertati, che non agitano il pericolo Berlusconi, gente che fra prezzi e mutui non ce la fa più. Bisogna stare attenti quando il corpo sociale comincia a temere che il lavoro non garantisca il sostentamento: sono possibili conflitti non prevedibili».