Anche la Ue boccia il ribaltone «Bene i conti grazie al governo»

L’uno-due della Bce e della Commissione Europea non poteva essere più chiaro: non serve alcuna manovra-bis e l’Italia è, senza ombra di dubbio, nella lista dei Paesi “virtuosi”. Scusate, ma vista la nostra storia non esaltante in quanto a controllo dei conti pubblici, questa è una notizia. Ancora più confortante poi è il fatto che questa “prestazione” invidiabile, da ascriversi come merito ai cittadini e al governo (al contrario del Parlamento, che non sta certo dando particolare prova di responsabilità), sia avvenuta proprio nel periodo cruciale della crisi internazionale del debito, dove il minimo segno di debolezza avrebbe potuto scatenare la speculazione contro i nostri titoli di Stato. Anche questa è comunque una caratteristica italiana: spesso ci perdiamo in un bicchier d’acqua ma a volte riusciamo a vincere le partite più difficili.
La “due giorni” di certificazione del successo della politica economica guidata con pugno di ferro da Giulio Tremonti (e intelligentemente assecondata, probabilmente anche facendo forza alla propria indole, da Berlusconi) è cominciata giovedì, quando, nel bollettino di dicembre della Bce, all’interno di un rapporto i cui toni allarmati escludevano qualsiasi ottimismo di maniera, l’Italia veniva portata ad esempio, insieme alla Germania, quali soli Paesi nei quali il debito non era aumentato. Nel rapporto Bce non mancavano i confronti degli indicatori di rischio del debito italiano con quello degli altri paesi “deboli”, notando una sostanziale maggior tenuta della fiducia nei nostri titoli anche di fronte a scossoni senza precedenti dei mercati finanziari. Anche per la disoccupazione il commento dell’Eurotower era lusinghiero, ponendoci nei quattro migliori Paesi per tenuta del mercato del lavoro.
Ieri il concetto è stato ribadito, in audizione alle commissioni parlamentari congiunte, direttamente dal commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn, che ha confermato il percorso virtuoso dell’Italia e ha specificato che allo stato delle cose non occorrono manovre aggiuntive nè oggi nè in futuro. Il passaggio cruciale poi della relazione di Rehn ha riguardato la politica fiscale del governo, quando ha affermato che «grazie alla scelta prudente effettuata dall’Italia, la posizione fiscale si è deteriorata meno che in altri Paesi europei, prevenendo la percezione dei mercati sul rischio Italia». Inoltre, è la previsione di Rehn, l’Italia «tornerà ai livelli di crescita pre-crisi entro il 2012».
La ciliegina sulla torta poi è venuta dall’Istat che ha rivisto al rialzo i dati preliminari sulla crescita registrati nel terzo trimestre portando il progresso del Pil a +0,3% sul trimestre precedente e a +1,1% anno su anno, con anche i dati in dettaglio in tendenza virtuosa, visto che si registra una crescita pari allo 0,5% dei consumi delle famiglie a fronte di una riduzione di pari entità della spesa pubblica.
Di sicuro non basterà questo a spazzare il campo dalle bugie da tribuna elettorale, ma è probabile che da oggi la macchina del disfattismo avrà minori argomenti. Gli economisti di area antiberlusconiana, nello sfornare i loro numeri, hanno sempre giocato sul trucco di nascondere la congiuntura generale e i confronti con gli altri Paesi europei: adesso che la situazione internazionale è oggetto di dibattito quotidiano questo giochetto non riesce più. Gli unici che sembra non lo abbiano ancora capito sono i finiani che, con ammirevole faccia tosta (quando non se ne escono con sciocchezze a ventiquattro carati per un periodo di crisi, vedi idea di Della Vedova di congelare i Bot o di Fini di tassarli al 25%), accusano da tempo il governo di aver fatto male in economia in quanto i conti “magari” sono stati tenuti ma poco si è fatto per il fisco e per la spesa di sviluppo. Dato che però i conti pubblici, come spiegato ieri da Rehn in una sede, il parlamento, dove anche i finiani non possono non aver sentito, sono dati dalle tasse e dalla spesa non è dato sapere secondo questi economisti dell’ultima ora come il bilancio si sarebbe potuto mantenere in equilibrio riducendo il fisco ed aumentando la spesa che, anzi, purtroppo include ancora i loro stipendi.
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