Anche la Ue spegne la legge anti-Berlusconi

Conflitto d’interessi, doppio schiaffo al governo sulla norma per
impedire al leader di Forza Italia di fare politica. Il commissario Kroes: non è vero che abbiamo approvato il ddl Gentiloni
sull’editoria. Cardia (Consob): minacciato il diritto di proprietà

Milano - Senza Berlusconi l’Italia è libera. È questa la sintesi del rapporto sulla libertà di stampa redatto da Freedom House, l’organizzazione non governativa americana che ogni anno stila il rapporto sullo stato dell’informazione nel mondo. Con criteri decisamente discutibili, come ha dimostrato il Giornale nel 2005, dopo le polemiche seguite alla trasmissione RockPolitik. Durante il suo show sulla Rai, Adriano Celentano si lamentò della poca libertà di stampa in Italia, citando come prova la classifica di Freedom House. Salvo scoprire che, in realtà, a «pesare» sul giudizio finale furono anche gli arresti di due giornalisti (il giornalista triestino Massimiliano Melilli e Lino Jannuzzi, commentatore del Giornale e parlamentare di Forza Italia, ndr), la protesta della redazione del Corriere della Sera contro le interferenze da parte degli azionisti, la minaccia della classe politica di un ulteriore inasprimento delle leggi contro i giornalisti e la perquisizione negli uffici di un importante quotidiano nazionale.
Allora Karin Karlekar, curatrice del dossier sulla libertà di stampa, confessò al Giornale che quei due arresti avevano inciso negativamente sul giudizio complessivo, ammise di conoscere poco o nulla della reale situazione italiana, dal finanziamento pubblico ai giornali alla legge Gasparri, e rivelò che quel rapporto sull’Italia era stato curato da un pool di esperti, italiani e no, senza però mai rivelarne l’identità. In pratica la Karlekar ammise di aver semplicemente sottoscritto un rapporto curato da altri.
Il «problema» Berlusconi, presidente del Consiglio e contemporaneamente proprietario della principale azienda radiotelevisiva italiana - aggiunse la Karlekar - era anche esasperato dal peso eccessivo, diretto e indiretto, della politica nel controllo della Rai e di gran parte della stampa, e dalla minaccia di una serie di misure restrittive contro i giornalisti. Dunque, il problema non era Berlusconi, quantomeno non solo il suo ruolo, ma in generale l’influenza che la politica esercitava sulla stampa, anche sotto il profilo giuridico ed economico.
Adesso però Freedom House ha cambiato idea: «L’Italia ha fatto segnare miglioramenti nel 2006 (...) dopo che il rating del Paese era stato abbassato nel 2003 a causa dell’eccessiva concentrazione dei media e dell’influenza politica sui contenuti dell’informazione durante il governo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La fine del suo mandato nel 2006 ha portato la promozione dell’Italia da Partly free (Parzialmente libera) a Free (Libera)». Ma se si leggono fino in fondo le motivazioni (http://freedomhouse.org/template.cfm?page=362) l’uscita di scena di Berlusconi sembra aver cambiato repentinamente l’intero assetto dell’informazione italiana. Nel 2005 Freedom House scriveva: «Due degli otto principali quotidiani nazionali (Il Giornale e Il Foglio, ndr) sono controllati dalla famiglia Berlusconi». Adesso il clima è mutato. I quotidiani da «otto» sono improvvisamente diventati «diversi» e a sorpresa si legge: «C’è un considerevole pluralismo della carta stampata (...) nonostante la concentrazione dei media in Italia, come dimostra anche un rapporto del Consiglio d’Europa». Peccato che lo studio fosse stato pubblicato a febbraio e facesse riferimento al 2005, l’annus horribilis dell’Italia secondo Freedom House.
Ma non basta. Il rapporto 2007 ha incomprensibilmente trascurato un aspetto che negli anni precedenti aveva contribuito ad abbassare il voto dell’Italia: le leggi sulla stampa. Il 2006 è stato l’anno dello scandalo intercettazioni Telecom, di Calciopoli, con strascichi delle inchieste su Ricucci, Fazio e Consorte. Scandali che hanno portato il Parlamento, in fretta e furia, a minacciare una legge anti-intercettazioni che minaccia di imbavagliare la stampa. A Freedom House non lo sanno. Forse perché non leggono neanche i giornali italiani.
felice.manti@ilgiornale.it