Anche Veltroni prende le distanze e ora si prepara a entrare in scena

Cresce il malumore tra i Ds: non si fa un partito senza guida. Oggi riunione del Comitato del Pd

Roma - Facce scure al Botteghino. Gli occhi scrutano gli occhi, cercando di leggervi dentro ciò che le lingue non dicono. La sensazione è quella di trovarsi nel bel mezzo di una palude: indietro non si può tornare, fermi non si può restare, in compenso ogni passo promette sabbie mobili. Il Partito democratico non è ancora nato, ma già è stato «suonato». I dirigenti della Quercia in liquidazione si guardano, nell’ufficio di presidenza post-elettorale, ma i giochi di ciascuno dei «big» passano sotto il tavolo e lontano da quelle stanze. La «battuta d’arresto» del Pd era attesa, anche se non di queste proporzioni al Nord. Il dato più preoccupante sta infatti nella «questione settentrionale», e nei distacchi subiti dal centrodestra nelle città perdute. Evidente che il popolo di una volta non c’è più, e quello nuovo non risponde.
Sui giornali della mattina il segretario Piero Fassino ha già fatto trapelare la propria «insoddisfazione». Il leader cerca di mettere le mani avanti e di piegare la sconfitta alle logiche di bottega. Il voto è «un campanello d’allarme per il governo» («Una campana», preciserà il rifondatore Franco Giordano), e quindi «ora serve uno scatto». L’analisi del leader ds viene definita «senza sconti», basata sul dato incontestabile che «l’elettorato è insoddisfatto di come stiamo governando». «Non si discute l’equilibrio del governo ma occorre assumere iniziative concrete», riassumerà Giorgio Tonini. Se il ceto produttivo del Nord non è stato insensibile al grido di dolore di Montezemolo, sostiene Fassino, «il Paese chiede una politica che decida». Basta con il «balletto sul tesoretto», basta con le mille questioni paralizzate da veti incrociati. «Si ridiscuta anche la politica fiscale», azzarda Nicola Latorre.
Mai come adesso è alle corde la scelta di puntare tutto sullo stellone di Prodi. Walter Veltroni prende il toro per le corna: «È un risultato che merita una riflessione molto seria, molto approfondita e molto realistica. Penso però che sia giusto farle nella sede che abbiamo deciso, e cioè nella riunione del coordinamento dell’Ulivo...». La tesi era già stata avanzata dopo la nomina del Comitatone (i promotori del Pd si vedranno stasera), e sottintende una specie di «commissariamento» del premier imbolsito. Una leadership che affianchi e rivitalizzi quella di Prodi. I dirigenti vicini al sindaco di Roma osservano che «l’assemblea costituente dovrà indicare un leader che guidi il partito affiancandosi a Prodi fino alla fine della legislatura, quando si porrà il problema di indicare anche il candidato premier. Non si può costruire questo partito senza una guida. Essendo Prodi impegnato al governo, serve una leadership che dia voce al nuovo partito».
Si è tutti sulla stessa barca, e la sconfitta di Prodi e del Pd sono «battute d’arresto di tutta la coalizione», sostengono i diesse. Guai a dare spazio, adesso, al «ve l’avevo detto» che arriva dagli ex compagni della Sinistra democratica. Le amministrative «sono state una débâcle per il Pd che ha perso dai 5 ai 25 punti rispetto alle Politiche», ricorda invece impietosamente il leader di Sd, Fabio Mussi. Che sottolinea come siano andati meglio i candidati «con un chiaro profilo di sinistra». Al Nord «la botta è dura»: se essa si rivolge al governo che ora «dovrà dare chiari segnali sul lavoro, bassi salari, disagio sociale e innovazione», non si può sfuggire alla «crisi della rappresentanza: quando i partiti evaporano e diventano generici contenitori, la gente non si riconosce più». Ma se la gente del Nord non riconosce più il Botteghino, neppure il Botteghino pare conoscere i connotati del proprio elettore. Incomunicabilità nei due sensi, a suo modo perfetta.