Anche Virgilio non voleva divulgare l’Eneide

Bulgakov, Rimbaud, Kavafis E il caso emblematico di Kafka

«I manoscritti non bruciano», scrisse Michail Bulgakov (1891-1940) nel sulfureo romanzo Il Maestro e Margherita. Voleva dire che la creatura letteraria ha una vitalità potente e misteriosa. Doveva esserne convinto, lo scrittore russo, quando aprì lo sportello della sua stufa per gettarvi le pagine della prima stesura del suo romanzo, nel 1930, nell'ossessione che la censura stalinista odorasse tra le righe qualche pestilenziale aroma antirivoluzionario. Bulgakov vi aveva lavorato per due anni. Era il capolavoro. Risorse dalle ceneri, come la mitica fenice. Michail lo riscrisse e ripulì più volte, ma non ne vide mai la copertina sugli scaffali delle librerie. I lettori ne assaporarono l'intreccio satirico più di trent'anni dopo la morte dell'autore, e dopo che sparse membra dell'opera erano passate di mano in mano nella forma clandestina del samizdat. Il poeta latino Virgilio, invece, si era fidato troppo della capacità della carta (il papiro, alla sua epoca) di svanire tra le fiamme. Perfezionista com'era, paranoico del labor limae, il lavoro di cesello sui versi, non ammetteva di lasciare alla posterità qualcosa di meno che perfetto, e la sua Eneide non era ancora a quel livello. Se l'architettura era completa, qualcosa traballava ancora, e dei provvisori «puntelli» attendevano l'ultima mano. Meglio bruciare tutto. Così, quel 19 a.C., sul letto di morte, a Brindisi, di ritorno da un massacrante viaggio in Asia, il mantovano chiese agli amici letterati, Vario e Tucca, di eseguire i suoi voleri testamentari: annientare il poema. Augusto, erede universale del poeta, pose un lungimirante veto. Volendo forse salvare il più aulico inno al suo potere, l'imperatore salvò la nota più pura della classicità romana. Strano destino, quello dei poemi. La Natura di Lucrezio ebbe vita postuma perché un avversario acerrimo del suo credo epicureo, Cicerone, rimise insieme le carte e fece da editor al caleidoscopico cantore degli atomi. Non avremmo mai saputo che un ragazzo, ebbro di visioni, dopo aver passato un'intera stagione all'inferno, aveva teso le sue corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, per improvvisarvi una danza da funambolo spericolato, se un amico (forse qualcosa di più), Paul Verlaine, accantonando livori e invidie così frequenti tra letterati, non avesse presentato in volume le magiche prose delle sue Illuminazioni, tradendo la volontà di silenzio. Il giovane lirico era Arthur Rimbaud, e la sua veggenza, surrealistica, trasgressiva e simbolica, era una porta spalancata su un'epoca rinnovata della poesia mondiale. Quale antologia della poesia moderna esclude l'alessandrino Kavafis? Eppure lui stesso rifiutava e teneva gelosamente segrete le sue rime. Le stampava su foglietti volanti, regalati a destinatari esclusivi ai quali, spesso, li reclamava indietro per apportarvi ripensamenti e maniacali perfezionismi. Perché la poesia, secondo lui, non posava sul testo compiuto, ma nella cera sempre docile sotto le dita febbrili dell'artista. Ci vollero le cure chirurgiche (e un po' spietate) dei filologi, dei curatori postumi per garantire un «canone» delle sue liriche: un controsenso, che il fragile cantore di Itaca e di Aspettando i barbari avrebbe considerato un crimine di lesa arte. Postumo - ma contro volere - fu anche uno dei grandi del nostro '900: Tomasi di Lampedusa. Big dell'editoria, Mondadori ed Einaudi, scaraventarono Il gattopardo nel cestino. Tardiva l'uscita da Feltrinelli, e lo Strega del 1959, due anni dopo la morte dello scrittore, ebbe sapore di risarcimento. In perfetto stile, il testamento di Kafka, che incaricò Max Brod, amico e medico personale, di distruggere tutte le sue opere, allora inedite. Nessun agente letterario avrebbe potuto fare di meglio: da quel momento, Kafka divenne uno dei romanzieri più letti, chiacchierati e venduti.