Anche Walter in corsa per il premio «patacca»

Caro Granzotto, di recente mi è tornato alla mente il ricordo, ma non il nome, del portavoce di Saddam Hussein che, specie negli ultimi giorni di quel regime, informava delle continue vittorie ottenute dalle armate irachene. Un simpaticone, bisogna riconoscerlo. Ebbene, mi è tornato alla mente perché qualcuno ha tentato di imitarlo, ma credo con scarso successo. Mi riferisco a quel cattolico adulto nativo di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, autore delle ormai famose 281 pagine offerte agli Italiani. Costui ideò un esecutivo formato da comunisti, ex comunisti, cattocomunisti, cattolici adulti e di tenera età. Non perse occasione per dire che tutto andava per il meglio. Dopo di lui, ecco un altro individuo che, pronto per inoltrarsi nel continente nero, si ferma e fa marcia indietro, annunciando grandi novità e cambiamenti per l’Italia, in perfetta sintonia col suo gruppo di ex comunisti, cattocomunisti, dipietristi e radicali. Esterrefatto e angosciato, mi chiedo: che fine avranno fatto quelle 281 pagine?


Mohammed al Sahaf, caro Morselli. Ecco come si chiamava l’indimenticato ministro dell’Informazione del regime saddamita in onore del quale, se ricorda, istituimmo il «Premio Patacca Sahaf», ricco di un palmares di tutto rispetto. E che ci creò qualche problema proprio con Prodi per via di quel «patacca», che se riferito all’uomo di Scandiano (e non di Correggio ovvero Curèz, caro Morselli) suonava come una tautologia. In bolognese «’n valeir una pataca», non valere una patacca, sta per non valere un fico secco. E «pataca» sta per omino di poco o nessun conto che si picca di fare cose assolutamente fuori dalle sue capacità (intellettuali, più che fisiche), come il celeberrimo «Zio pataca» dell’Amarcord di Federico Fellini. Sempre in Amarcord cosa ingiunge, poi, la suorina nana a Teo, che in cima all’albero latrava di volere una donna? «Vien giù - gli intima - e non fare il pataca». Pertanto, insignire Romano Prodi del «Premio Patacca» non aggiungeva altro a quanto espresso già di per sé dal soggetto premiato.
Non saprei dirle, al momento, se anche Walter Veltroni possa essere compreso nel numero dei patacca. Quanto meno fra i patacca di governo. Un po’ da patacchetta è certamente quella piagnucolosa storia del suo ritiro dalla politica per dedicarsi «anema e core» ai travagli dell’Africa nera. Altrettanto da patacchetta è l’aver detto, in tono ovviamente ispirato, che intendeva correre da solo per subito poi apparentarsi con quel manettaro di Totonno Di Pietro. «La critica che viene mossa più comunemente a Veltroni è un’apparente mancanza di sincerità». Mica lo dico io, lo scriveva l’«autorevole» Financial Times. Ed essere bugiardo, bosard, direbbe Prodi che se ne intende, è uno dei tratti del patacca. Tuttavia, dicevo, non lo abbiamo ancora sperimentato come presidente del Consiglio - laddove si misura appieno la caratura della pataccaggine - e ho come l’impressione che dovremo aspettare un bel pezzo, per ritrovarcelo in quel ruolo. Giudizio sospeso, dunque, caro Morselli, anche se tutto lascia pensare che del patacca il buon Walter abbia le stigmate. Già in bocca a un Obama il «we can» puzza di patacca lontano un miglio (i non patacca, come McCain, mica vanno sospirando «noi possiamo»: affermano decisi «we will», noi faremo), ma quando fiorisce sulle labbra di Veltroni sembra in tutto e per tutto la versione più vasellinica del classico sfottò dei patacca: armiamoci e partite.