Il ma-anchismo dei magistrati

L’ultima furbata italiana, il ma-anchismo (sono di sinistra ma anche di destra, laico ma anche cattolico, per gli operai ma anche per gli industriali), ha ormai travalicato i confini della politica per entrare nel nostro costume quotidiano, fino a condizionare la magistratura. Così, ieri abbiamo appreso che il papà di Gravina è innocente, ma anche colpevole; mentre l’ex viceministro Vincenzo Visco è colpevole, ma anche innocente.
Filippo Pappalardi, il papà di Ciccio e Tore, era in una situazione paradossale. In galera per avere ucciso i suoi bambini e per averne occultati i cadaveri. Per mesi, la magistratura di Bari non aveva avuto dubbi. Poi si è scoperto che i due fratellini erano lì, sotto il naso degli ispettori Clouseau che li avevano cercati fino in Romania, e che con ogni probabilità sono morti per una disgrazia. Era evidente che Pappalardi dovesse uscire di galera: non che ci sia la prova provata della sua innocenza, ma certo non c’è né prova né indizio che sia colpevole di duplice omicidio, e per la legge è l’accusa che deve provare la responsabilità dell’imputato, e non l’imputato che deve viceversa dimostrare la propria estraneità.
Ma come fare a rendere giustizia a un uomo maldestramente incarcerato senza ammettere la figuraccia dei colleghi della Procura? Ecco che il ma-anchismo viene in soccorso di chi si è trovato la patata bollente fra le mani. L’idea è vincente: Pappalardi esce di galera, ma resta detenuto (in casa); è riconosciuto innocente dall’accusa di avere ucciso e nascosto i suoi figli, ma viene imputato di abbandono di minori. La nuova ipotesi inquisitoria lascia un po’ perplessi. Intanto, perché se si dovessero mettere agli arresti domiciliari tutti coloro che perdono d’occhio per qualche minuto due bambini di tredici e undici anni, in Italia nessuno potrebbe più uscire di casa. E poi perché la motivazione del giudice non sembra un monumento alla coerenza: «I bambini, verosimilmente, per sottrarsi alla consueta aggressività paterna e a una prevedibile consequenziale punizione, avrebbero istintivamente preferito la fuga», ha scritto. Continuando così: il padre avrebbe inseguito i figli con la sua auto, ma li avrebbe «definitivamente persi di vista». Insomma: li ha inseguiti e loro sono riusciti a scappare via. Dov’è l’abbandono di minori? Non si capisce. Però l’importante è che il colpo al cerchio e quello alla botte siano andati a segno.
Così come ha fatto il giudice che ha archiviato l’inchiesta contro Visco. Fu o no illegittimo il suo comportamento quando trasferì d’ufficio l’intero vertice della Guardia di Finanza lombarda? Certo che fu illegittimo, ha detto il giudice. Allora va processato? No, dice la sentenza, perché non ci fu «dolo intenzionale». Non ha fatto apposta, come dicono i bambini. Oppure: fallo di mano ma involontario, come dice l’arbitro Cesari. Ma sì: siamo come a Controcampo: l’accusa non c’era, ma ora ne fischio una più lieve per compensare.
Non è che si voglia battere sempre sullo stesso tasto: ma possibile che il magistrato che sbaglia la passi sempre liscia? Ieri se n’è saputa un’altra. Un giudice di Gela non ha ancora scritto le motivazioni di una sentenza emessa nel maggio del 2000: avrebbe dovuto farlo entro tre mesi, nel frattempo i condannati (per mafia) sono usciti. Denunciato dalla Procura per lazzaronismo, fu assolto con la seguente motivazione: era «oggettivamente oberato di lavoro». Ora ci provano a ri-denunciarlo. Magari stavolta lo condannano, ma anche lo assolvono.
Michele Brambilla