Anci, lo strano sindacato dei sindaci che sa tanto di Prima Repubblica

L'Anci scenderà in piazza contro la manovra. All’interno si sono spartiti gli incarichi con rigorosa lottizzazione. E hanno un solo obiettivo: la difesa a oltranza del loro orticello<br />

Avanti campanile, alla riscossa. In questo torrido agosto che sta sconvolgendo il pianeta e le nostre tasche, uno spettro s’avanza per il Paese: il neo-comunismo. Lotta dura, fascia tricolore senza paura: il nuovo movimento, come dice la parola stessa, ha come obiettivo la creazione di una nuova società più giusta e più equa, la società dei Comuni, detta appunto perciò comunista. La lotta di liberazione dei gonfaloni oppressi dal sistema di produzione nazional-capitalistico, ha naturalmente un partito guida, secondo la teoria leninista-municipale: si chiama Anci e supera le logiche dei vecchi partiti borghesi per aprire, per l’appunto, nuovi orizzonti rivoluzionari. All’insegna dello slogan di battaglia: assessori di tutta Italia, unitevi.
Come ogni movimento insurrezionale anche il neocomunismo è rigorosamente trasversale.

Da Osvaldo Napoli, sindaco di Valgioie in Piemonte e agguerrito sostenitore berlusconiano, a Giuliano Pisapia, sindaco di Milano e agguerrito avversario di ogni berlusconiano, l’Anci tiene insieme tutti: i moderati alla Matteo Renzi, i leghisti alla Bitonci o alla Fontana, i vendoliani, i dipietristi, gli ex di qualsiasi partito, quelli del Nord come il sindaco di Padova e quelli del Sud come il sindaco di Afragola, quelli dei grandi centri e quelli dei paesini minuscoli, il primo cittadino di Roma Alemanno e il vicesindaco di Tremezzo, Mauro Guerra. Persone che in realtà hanno molti Comuni, ma poco in comune: se si trovassero a discutere di qualsiasi argomento finirebbero per mettersi le dita negli occhi, roba da far invidia persino a Mourinho. Invece si trovano d'accordo: giù le mani dal municipio. Difendiamo l’orticello del nostro demanio. In fondo si sa: sulle regole si può discutere, sul piano regolatore no.

Dai sindaci al sindacato, che ci volete fare? Il passo è breve, anche dal punto di vista lessicale. Ormai quello dell’Anci è diventata una specie di Cobas degli assessori, la Fiom con il gonfalone in coppa, una specie di Fit-Cisl schierata in prima linea per la difesa del sacrosanto diritto alla commissione edilizia. All’interno si sono spartiti cariche e poltrone secondo rigorosi criteri di lottizzazione, all’esterno marciano compatti come un sol uomo perché la difesa del municipio non consente sbandate né deviazionismo. E dunque avanti, l’organizzazione è già in moto: tutti in piazza il 29 agosto a Milano, e prima ancora appuntamento davanti a Palazzo Chigi il 26 agosto. Per un’Italia più libera. O almeno più delibera.
Per carità: nessuno nega che i sindaci, in questi anni difficili, si sono fatti carico di molti problemi.

E che hanno subito molti tagli. Nessuno nega che si sono trovati a far fronte a situazioni difficili, che spesso hanno reagito con capacità e fermezza, che hanno trovato risorse incredibili e spesso un buon rapporto con i loro cittadini. Ma proprio per questo è ancor più singolare trovarli tutti ammucchiati nel Ptm, il partito trasversale dei municipi, senza distinzione e senza autonomia, intruppati sotto le insegne del comunismo di stampo Ancista-leninista, come se la difesa del campanile, qualunque campanile, contasse più di ogni altra cosa. Più delle loro idee, più delle loro diversità, delle loro capacità e delle loro spiccate individualità.

Non ci nascondiamo che la difesa della Veneranda Arca di Sant’Antonio a Padova è fondamentale, che San Gennaro a Napoli non si tocca, ci accomuniamo alla disperazione del Comune di Filettino (Frosinone) che vuol diventare principato e a quello di Marsaglia (Cuneo) che ha pensato bene di celebrare il suo funerale. Siamo solidali con ogni primo cittadino, con ogni campanile, con ogni lacrima che sgorga da ogni antica piazza del mercato. Ma ci chiediamo se questa straordinaria diversità, che è la vera ricchezza dei nostri territori, può davvero essere difesa così, creando un’altra lobby, un altro sindacato, la Cgil dei municipi.

Ci chiediamo, insomma, se è della Camusso in formato Anci che si sente il bisogno. O se l’ennesima difesa corporativa non finisca per fare del male ai nostri paesi. Di sicuro, però, fa male al nostro Paese, che ha sempre meno bisogno di partiti neo-comunisti. E sempre più bisogno, invece, di persone fuori dal Comune.