Ancora un convento con serial killer (di maiali)

L’anno è il 1589, l’ambientazione il convento dei Carmelitani Scalzi di Sant’Anna, vicino a Genova, il protagonista-investigatore è Pimain, ex soldato in preda all’incubo dei rimorsi e ora «guaritore di maiali», oggi si direbbe veterinario. Due le storie che procedono parallele, ne Il Guaritore di maiali (Fratelli Frilli Editori), di Lorenzo Beccati: nel convento i poveri suini sono decimati e scempiati da qualche maniaco che ha preso alla lettera il dettato biblico del porco come animale «impuro», addirittura diabolico. Contemporaneamente, a Genova, una Genova dove la gente comune sopporta fame e miseria e carestia, agisce l’Artiglio, omicida seriale che si accanisce con un uncino su giovani donne. È un mondo povero, sporco, superstizioso. La patata, scoperta quasi un secolo prima nelle Americhe, non ha ancora fatto la sua comparsa trionfale e decisiva sulle tavole europee. I monaci, quasi tutti di dubbiosa provenienza, pasticciano con storte e alambicchi, e tra l’alchimista e il medico la differenza non sempre è evidente. Il meccanismo scelto da Beccati è ad excludendum: a poco a poco, e con stretto rigore logico, Pimain scagiona gli innocenti. Alla fine resterà il colpevole.
Una lingua secca, con un’intonazione appena arcaica ed enfatica, giusto per ricordarci che siamo a ridosso del Barocco. Capitoli brevi e frasi ellittiche, essenziali. Non dimentichiamo che Beccati è autore televisivo, da oltre due decenni. Può sorprendere il fatto che uno come lui, braccio destro di Antonio Ricci, innovatore del linguaggio comico in tv, da Drive In al Gabibbo, passando per coraggiose sperimentazioni, come l’Araba Fenice (fine anni Ottanta), si sia preso una vacanza dal romanzo umoristico e abbia affrontato tutt’altro genere.
Il genere del thriller storico vive un periodo di grande favore tra i lettori non solo italiani, anzi. Non che manchino i precedenti illustri. Dal Monastero stregato di Robert Van Gulik, passando per la fortunata serie di Ellis Peters (per esempio Due delitti per un monaco, o Il novizio del diavolo). Chi ha perfettamente compreso il senso, anche commerciale, di tali operazioni narrative è stato Umberto Eco, con Il nome della rosa. Lui stesso del resto ha reso omaggio a Arthur Conan Doyle, inventore sì del poliziesco moderno, ma anche autore dei romanzi storici del Ciclo della Compagnia Bianca. E tra i suoi epigoni si distinguono oggi, se non altro per la prolificità, narratori come l’americana Robb Candace, scoperta nel 2003 grazie a un giallo conventuale come La Rosa del farmacista, o il tedesco Philipp Vandenberg, con Il segreto del monastero (entrambi pubblicati in Italia da Piemme). Fra le più recenti prove di autori italiani va ricordata la Valeria Montaldi de Il monaco inglese (Rizzoli). Sempre ci si muove fra presenze demoniache e culti blasfemi, torbide confusioni teologiche e intrepide fughe dall’oscurantismo, sulla strada della Modernità.
Tornando a Beccati, il sarcasmo dell’autore umoristico non è però sopito: ricompare già nell’epigrafe: «Questo romanzo è liberamente tratto da una storia falsa... Solo la parte dei maiali è davvero autobiografica».
www.pbianchi.it