Ancora un corteo, centro paralizzato

Folclore e politica, paillettes e rivendicazioni sociali, e di contorno le inevitabili polemiche di Palazzo sull’opportunità di una manifestazione che incassa non solo le critiche della Cdl ma anche di parte della maggioranza. Ricambiata a colpi di slogan: «Prodi, Prodi dove sei? Oggi Roma è tutta gay».
Così il Gay pride dopo lo «storico» appuntamento nell’anno del Giubileo invade ancora una volta Roma, il colorato serpentone dell’orgoglio omosessuale sfila lento dalla Piramide a piazza San Giovanni. E mentre i paladini del movimento Lgbt esultano, sostenendo di essere arrivati in mezzo milione (ma il balletto delle cifre varia dai 300mila stimati dalle forze dell’ordine al milione annunciato trionfalmente dal palco), ai confini del corteo i romani hanno come al solito poco da festeggiare, limitandosi a subire gli effetti collaterali del «privilegio» di vivere nella capitale delle manifestazioni, con il secondo sabato nero consecutivo.
Da piazzale Ostiense a viale Aventino, dal Colosseo a via Labicana e a via Manzoni erano tante ieri le chiusure al traffico, lunghe le file a passo d’uomo sulle strade limitrofe al percorso del Gay pride, taxi introvabili, chiusa per metà anche via Merulana, bloccata in direzione di piazza San Giovanni e con lunghe file di macchine in marcia a passo d’uomo nell’altra direzione. Insomma, un inevitabile contrappunto tra l’orgoglio omosessuale con i suoi striscioni anti-Vat e le trombe da stadio e l’avvilimento automobilistico accompagnato da clacson e ricerca disperata di scorciatoie per aggirare i blocchi. Tentativo frustrato in partenza dal caos pomeridiano, ben riassunto dai cartelli mostrati da alcuni dei manifestanti: «Siamo dappertutto: arrendetevi».
In piazza Vittorio il sabato gay della capitale ha vissuto una sua piccola contromanifestazione, con Augusto Caratelli, consigliere Udc in I municipio, che si è incatenato insieme a un gruppo di cittadini come segno di protesta per il passaggio del corteo nel «Triangolo della cristianità», tra Santa Maria Maggiore, San Giovanni e Santa Croce in Gerusalemme.
Una polemica a cui fa da sfondo la raffica di critiche sollevate dal centrodestra romano contro il sindaco, Walter Veltroni, e contro il presidente della Provincia Enrico Gasbarra per aver concesso al Gay pride quel patrocinio negato invece al Family day un mese fa. Se per An, in particolare, il primo cittadino ha fatto una scelta di campo, ora la discussione potrebbe trovare nuovi spunti di polemica politica. Ieri, infatti, a Veltroni il corteo ha riservato una nuova richiesta perché il Campidoglio istituisca il registro delle unioni civili. A «formalizzarla» è stato il parlamentare di Sinistra democratica, e presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini: «Veltroni ne dovrà discutere, sono arrivate migliaia di firme in consiglio comunale: lì vedremo se il candidato leader risponderà alle attese di laicità».