«Ancora due giorni e Israele avrebbe sconfitto Hezbollah»

I cristiani del Sud Libano: «Li avevamo accolti in casa come amici. E loro preparavano la guerra. Ma ormai erano allo stremo»

Gian Micalessin

da Rumaich (Libano del sud)

I cristiani di Rumaich sono arrabbiati. Molto arrabbiati. È cominciato tutto qui davanti. Una fattoria come tante in questo villaggio a uno sputo dal confine tra l’inferno di Beint Jbeil a nordest e l’apocalisse di Ait Ech Chaab, un chilometro a ovest. Pierre fa strada sul pergolato, scosta le trecce di tabacco profumato, mostra l’alone nero, il foro nell’impiantito, apre la porta, scende le scale. Lezzo di cenere e morte. Sulla parete un alone di fuoco e schegge, una sindone di sangue, cervella, morte. «Una bimba era lì, decapitata». Pierre mostra il materasso incrostato, incartapecorito, bruciato. «L’altra là, sfigurata». Ancora sangue raggrumato, screziature d’orrore, diapositive di morte impresse nell’intonaco impiastricciato. «La madre senza una gamba, respirava ancora, le ho portate fuori, una alla volta. Quando ha fatto giorno sono tornato dentro, ho trovato la testolina, ho portato via anche quella».
Qui a Rumaich, uno dei cinque villaggi cristiani tra Beint Jbeil e Ait Ech Chaab, la storia della fattoria maledetta la conoscono tutti. È la notte del 20 luglio. Otto giorni prima Hezbollah attacca due jeep israeliane sul confine, a un chilometro da qui, cattura due soldati, ne uccide otto, accende la guerra. «In cantina quella notte ci sono trenta sciiti, sono arrivati il primo giorno e noi gli abbiamo aperto le porte. Sono i nostri vicini, gente disperata come noi», racconta Pierre. Quella notte cambia tutto. Salah Jawed, uno dei capifamiglia, esce al tramonto. Lascia moglie e due figlie ad aspettarlo. «Vado a controllare se la nostra casa è ancora in piedi, ho dimenticato qualcosa», racconta. Sanno tutti chi è. «Lo conosciamo, è dei servizi di sicurezza di Hezbollah, ma ci fidiamo - ricorda Pierre -, in fondo sua moglie e sua figlia sono nella nostra cantina». A mezzanotte capisce di aver sbagliato. Sulla collina fuori dal villaggio un missile sfiora un elicottero, lo manca. Una jeep ridiscende a fari spenti inseguita dai missili. Quattro ombre saltano giù, fuggono a testa bassa in tutte le direzioni. I cristiani di Rumaich guardano atterriti. Uno riemerge dalla boscaglia, striscia nel fossato, sbuca tra le trecce di tabacco appese al porticato, si butta dentro. Pierre capisce, urla come un pazzo.
«Come ti permetti disgraziato, metti a rischio la vita della mia, della tua famiglia, di tutti gli altri». Lui nega. «Gli apro la porta, lo butto fuori, lui si volta, salta nel fossato, scompare nella notte». Passano pochi minuti. Pierre non ricorda quanti. «All’improvviso sento l’elicottero... L’ha visto, lo sta cercando... Mi sento un po’ in colpa. Non faccio in tempo a finire il pensiero, sento i due missili, la casa che trema, non capisco nulla, solo il calore, le fiamme, le urla nella stanza a fianco quaggiù nel seminterrato. Dentro è la strage, l’orrore. Spengo il fuoco con le coperte, faccio uscire tutti. Là, a terra, c’è solo la sua famiglia. La moglie muore qualche giorno dopo. Lui, farabutto, non si fa neanche vedere. È stato il destino, la punizione per chi ha tradito la nostra fiducia».
Tony Machoul ascolta, si fa il segno della croce. Ha 45 anni, è uno dei più famosi costruttori della città. Tira su avamposti dell’Unifil da qui al mare. Scuote la testa. «Tra Rumaich, Ainata, El Qauzah, Ain Ebel e Debel non saremo in più di quindicimila, ma ci comportiamo con gli sciiti come con dei fratelli. Io ne ho ospitati 60 a casa mia. In cambio abbiamo avuto molto poco. Avremo molto poco. Hezbollah sta già distribuendo i soldi dell’Iran, del Qatar del Bahrain. Noi le nostre case distrutte ce le dovremo ricostruire da soli. Eppure questa guerra l’hanno voluta loro». Racconta i sei anni passati a costruir fortini bianchi con la bandiera azzurra collina dopo collina. «Davanti c’erano sempre loro, scavavano bunker, tiravano cavi per le linee telefoniche, sprofondavano nella terra tra tunnel e gallerie, si preparavano. L’hanno voluta, l’hanno cercata questa guerra. E ora cantano vittoria perché tanto le case loro non se le pagano».
Anche Tony ha vissuto la sua notte d’ingratitudine e rabbia. «Una notte qualcuno bussa alla porta, mi tira giù dal letto. In strada ci sono altri vicini e, nascosti tra le case, un gruppo di Hezbollah. Hanno già installato le katiusce, le stanno puntando. Noi ci mettiamo in mezzo, li fermiamo. Loro ci puntano le armi addosso. Io vado in bestia. Prendo da parte uno che conosco, gli urlo in faccia. Come ti permetti, sei pazzo, vuoi far morire noi e tutta la tua gente? Discutiamo per un’ora, minaccio di aprire la porta, di buttare fuori i 60 sciiti che ho in cantina. Finalmente arriva l’ordine, se ne vanno, ci lasciano in pace. Ma quella notte capisco tutto. Dei loro confratelli se ne fregano, vogliono far radere al suolo anche Rumaich, vogliono farci spazzare via dagli israeliani».
Ad Ain Ebel, cinque chilometri più indietro, alle porte di Beint Jbeil il 60enne Maroun Has Rouni ha poche idee, ma ben chiare. «Li vedi quegli uliveti? Sono i miei, sono 50mila alberi, non ci posso mettere piede da due anni perché quelli ci dovevano scavare i loro bunker, nascondere i loro missili. Ora io maledico gli israeliani per un solo motivo, perché si sono fermati troppo presto. Mi hanno colpito la casa, ma poco importa. Per quel che mi riguarda potevano anche colpirla di nuovo. Se andavano avanti ancora due giorni ci liberavano di quella gente, salvavano il Libano».
La voce gira ovunque. In quei bunker, in quei campi dove a dieci giorni dalla fine dei combattimenti il lezzo di morte toglie ancora il respiro, i miliziani di Hezbollah erano allo stremo. «Mangiavano bacche - dice chi li ha visti -, aspettavano la morte». Maroun mostra la voragine nella casa colpita da un obice israeliano. «Due giorni ancora e, credetemi, avrei goduto a spendere i soldi per ripararla. Almeno l’avrei riparata per sempre. Così invece so che succederà ancora».