«È ancora lui il perno della politica italiana»

da Roma

Con il suo Venerati maestri (Mondadori) si è divertito a tratteggiare un ritratto irriverente della classe dirigente italiana. E dalle colonne di La Repubblica è l’editorialista più arguto della galassia prodiana. Ma se lo chiami, per commentare l’esito del sondaggio di Renato Mannheimer, Edmondo Berselli non si stupisce affatto.
Ha visto che secondo il sondaggio di Sky l’uomo dell’anno è...
«Berlusconi?».
Lo sapeva già?
(risata) «No, ho tirato a indovinare, ma lo notizia non mi stupisce affatto».
Come mai? Lei non appartiene certo alla categoria degli esegeti del Cavaliere...
«Be’, che Berlusconi sia il perno, il pilastro centrale attorno a cui ruota tutta la politica italiana, questo non è certo un’opinione politica. È un fatto. Berlusconi è stato il protagonista assoluto, nel bene e nel male dell’ultimo anno».
Lo descriva nei suoi tratti essenziali
«Una personalità esplosiva, nessuna inibizione, vulcanico, sia per il carattere, sia per le dotazioni pirotecniche della sua villa in Sardegna».
Nel suo saggio lei si è affidato alla frase di un altro protagonista, per descriverlo.
«Sì, Berlusconi è protagonista in molti dei miei libri. In questo appare di sfuggita, ma in modo pregnante, quando Moretti nel suo Caimano dice che Berlusconi aveva già vinto vent’anni fa quando era entrato nella testa di tutti noi. È un giudizio che faccio mio, è assolutamente vero».
Faccia un esempio.
«Si possono pensare, per esempio, le notti bianche veltroniane, senza aver conosciuto prima i raduni azzurri? La politica spettacolo è nata con lui».
E l’età berlusconiana è appena iniziata o è già finita?
«Non sono un mago, non faccio profezie e bilanci, soprattutto mentre le partite sono in corso».
L’operazione al cuore è stata un’Epifania, o un handicap?
«Io sono rimasto impressionato dalle immagini del Berlusconi un po’ deperito all’uscita dal San Raffaele, privato di alcuni degli artifici a cui probabilmente dedica due ore al giorno. Mi è sembrato addirittura di vedere qualche millimetro di ricrescita nella sua chioma sempre curatissima».
Che fa, studia l’immagine?
«Vede, la provocazione peggiore che gli poteva fare Prodi nella conferenza stampa di fine anno era riferirsi alla Casa delle libertà usando il termine opposizioni e ripetendolo in modo assiduo».
Per dire che sono due?
«Per dire che intanto non è al governo, e che è anche diviso da alcuni suoi alleati».
Prodi e Berlusconi si odiano?
«Credo che Prodi non sopporti l’allegra improntitudine del Cavaliere. Lo ricordo da Vespa con Berlusconi che gli faceva: “Ma che fa Prodi, si arrabbia?”».
Hanno due visioni opposte della politica...
«Prodi è tutto sommato ancora legato a valori riconducibili alla tradizione del cattolicesimo democratico».
E Berlusconi?
«I valori di Berlusconi sono Berlusconi».
E se lo avessero chiesto a lei, l’uomo dell’anno?
«Anch’io avrei scommesso che gli italiani avrebbero scelto lui».
Motivazione sintetica?
«Insomma, uno che perde solo al fotofinish, in piena rimonta, dopo essere stato dato per morto e cadavere per mesi e mesi... La sua campagna elettorale è stata una performance straordinaria».
Le differenze tra i due?
«Con Prodi ha vinto il centrosinistra. Con Berlusconi avrebbe vinto Berlusconi».
La cosa peggiore del berlusconismo?
«Aver trasformato la politica in apparenza».
La cosa migliore?
«Lo stesso. Dopo Berlusconi sarebbe impensabile, che so, uno statista come Moro, che si faceva fotografare con i pantaloni lunghi al mare».
Non pare un complimento...
«Ma no, è l’uomo che ha interpretato il maggioritario meglio di tutti e, al contrario di quello che si pensa, è uno che sa amministrare benissimo anche le sconfitte».
Quand’è che si scoprirà chi vince questo interminabile duello?
«Siamo a un bivio. Se la legislatura regge cinque anni, malgrado Scapagnini e la papaya, credo che il ciclo di Berlusconi inevitabilmente si chiuderà».
Oppure?
«Se ci fosse un incidente parlamentare allora tutto è possibile».
Come lo racconta Berlusconi lei?
«Basta partire dalla faccia. La faccia di uno che addenta e non molla più. Una faccia che può esprimere simpatia, straordinaria capacità seduttiva ma anche un’impressionante carica di violenza ad esempio quando se la prende con i suoi odiati magistrati. Insomma, sia uno zio buono, sia un orco».
Sarà mai riabilitato, a sinistra?
«Non lo so. Sicuramente non ha mai avuto le vocazioni autoritarie che gli sono state attribuite. È un vero populista democratico, può non piacere, ma certo non ha mai allestito nessun regime».
Contro il berlusconismo vincerà la lotta di classe?
«Visto che alla lotta di classe si è sostituita l’invidia sociale la cosa che mi stupisce è che alla fine quello che torna fuori da Agnelli a Berlusconi è un sorprendente amore per i padroni».