Ancora morti e feriti nella faida palestinese

A Washington, Bush e il premier israeliano Olmert discuteranno anche della «guerra» Hamas-Fatah

Gian Micalessin

Ora la guerra civile palestinese non è più un fantasma. Da ieri il bilancio del conflitto strisciante registra almeno due morti, otto feriti e due battaglie in più nell’arco di 24 ore. Prima uno scontro notturno intorno alla città di Khan Younis dove una squadra di militanti di Hamas bersaglia una vettura di Fatah, uccide un militante delle Brigate Martiri di Al Aqsa e ferisce un suo compagno. Più tardi una vera battaglia nel cuore di Gaza City costata la vita all’autista dell’ambasciatore giordano nella Striscia ritrovatosi al centro della sparatoria.
I resoconti di questo combattimento, protrattosi per ore seminando il panico, restano contradditori. Gli armati della milizia dispiegata dal governo di Hamas ripetono di esser stati attaccati e di aver preso posizione in un edificio in costruzione per resistere all’assalto della polizia e delle altre milizie leali al presidente. Le forze di sicurezza ripetono invece di essere intervenute dopo l’imboscata ad un veicolo carico di uomini della Sicurezza Preventiva. Il risultato resta devastante. Mentre i guerrieri di Hamas si barricano nell’edificio in costruzione e nella spianata del Parlamento le forze di polizia li assediano da vicino. In pochi minuti la zona si trasforma in una prima linea battuta dalle raffiche di kalashnikov e squassata dalle esplosioni di due bombe a mano e di due razzi anticarro sparati contro i veicoli della polizia. In quest’inferno s’infila l’ignaro autista dell’ambasciata giordana Khaled Radaida. Quando se ne accorge è troppo tardi, due proiettili lo colpiscono al capo, la sua auto si blocca in mezzo alla battaglia con il parabrezza sbriciolato e imbrattato di sangue. Per le statistiche è l’ottava vittima di questo conflitto strisciante pronto a trasformarsi nella nuova tragedia palestinese. Il rischio di una guerra civile palestinese ha spinto il presidente americano George W. Bush a modificare l’agenda dell’incontro di quest’oggi con il premier Ehud Olmert. Prima di affrontare la questione cruciale del programma nucleare iraniano e definire una strategia comune con il suo miglior alleato mediorientale, Bush vuole capire come frenare la discesa all’inferno dei territori palestinesi. Olmert, che ieri sera ha incontrato la Rice, non sembra avere grandi idee da proporre. Domenica, rispondendo alla Cnn, ha liquidato l’idea di un negoziato con il presidente palestinese definito «impotente e inutile», incapace perfino di bloccare le minime attività terroristiche tra i palestinesi. «Come può in queste condizioni - ricordava Olmert - assumersi la responsabilità di decidere sulle controversie che ci dividono?». La legittima preoccupazione non sembra condivisa dal suo vice Shimon Peres che, dopo l’incontro con il presidente palestinese a Sharm El Sheikh, ha ribadito la fiducia in eventuali trattative con Mahmoud Abbas.
Bush e Olmert sfioreranno appena invece l’argomento del ritiro dalla Cisgiordania relegato in secondo piano da una Casa Bianca decisa, per il momento, a dimostrare di credere di più nella vecchia «Road map» che non nelle decisioni unilaterali. Impegnata nel difficile tentativo di mettere a punto un fronte comune contro Teheran, Washington vuole evitare ogni dissidio con i protagonisti (Russia, Onu, Eu) di quel quartetto diplomatico che ha disegnato la Road map e con gli alleati arabi.