Ancora terroristi a Casablanca: in due, bloccati, si fanno saltare

Non ci riescono, ma ci provano. E quando capiscono di aver fallito tirano il cordino e s’immolano. Cancellano in una vampata di sangue e cordite il proprio fallimento. È successo di nuovo, e sempre a Casablanca. Stavolta non è, come martedì, la disperata reazione alla scoperta del proprio covo. Stavolta è, o dovrebbe essere, un attentato in piena regola. Nel mirino ci sono il consolato statunitense e un centro culturale americano distanti poche centinaia di metri l’uno dall’altro.
Mohammed e Omar Maha, due fratelli di 32 e 23 anni s’avvicinano agli obbiettivi assieme a un terzo complice, forse il loro capo. Appartengono alla stessa cellula sgominata martedì scorso dopo l’irruzione della polizia in un appartamento poco distante dal consolato. I due fratelli kamikaze sembrano zombie, automi programmati per una morte tanto certa quanto inutile. La strada è chiusa dalle transenne. I due scontati, ma impossibili obbiettivi sono circondati da poliziotti pronti a fermare e interrogare chiunque tenti d’avvicinarsi. Gli sprovveduti attentatori non hanno neppure una scusa pronta per garantirsi l’accesso. Mohammed spiccica qualche parola con gli agenti di guardia al consolato. Suo fratello sessanta metri più indietro prova a intrufolarsi nel centro culturale. Il terzo uomo guarda e attende. Gli agenti scuotono la testa, fanno segno di allontanarsi, puntano le armi. Davanti al consolato s’accende la prima vampata. L’esplosione scuote il quartiere. Una donna cade ferita in un lago di sangue. Omar capisce. Conosce le regole. Deve farla finita pure lui. Salta in aria da solo, sotto gli occhi sconvolti dei poliziotti di guardia al centro culturale. Il terzo uomo ha un attimo di esitazione. Il proprietario di un caffèé uscito in strada dopo il doppio boato lo vede interdetto, agitato. Sembra anche lui pronto a tirare il cordino. Ci ripensa. «All’improvviso si è tirato via la cintura, l’ha buttata per terra e si è messo a correre, ma pochi minuti dopo – racconta il proprietario del bar – è arrivata la polizia che l’ha arrestato».
A poca distanza dal consolato e dal centro culturale c’è un hotel di buon livello frequentato da molti stranieri. Forse era l’obbiettivo del terzo uomo. Intanto le forze anti terrorismo rastrellano l’intero quartiere. In poche ore mettono le mani su un quarto sospetto. Secondo fonti di polizia sarebbe il comandante dell’intera cellula terroristica venuta allo scoperto il 10 marzo. Quel giorno un primo militante sorpreso dal proprietario di un internet café a navigare sui siti del terrore islamico si fece saltare in aria prima dell’arrivo della polizia. Indagando su di lui e sul suo complice le forze di sicurezza hanno scoperto martedì il primo covo. Durante l’irruzione un militante è stato ucciso dai cecchini e un altro si è fatto esplodere. Nelle ore successive altri due fuggiaschi hanno preferito la morte alla cattura.
Insomma una mattanza, una débâcle totale. Ma quello scialo di vite e cinture resta inquietante. Segnala che ai mandanti del nuovo terrorismo marocchino non scarseggiano né le prime né le seconde. E la scelta dei militanti di vestire in continuazione i corpetti esplosivi indica l’acquisizione di una tecnologia in grado di evitare deflagrazioni accidentali. Dunque, avvertono gli esperti, è solo questione di tempo. Stavolta hanno mancato il fatidico obbiettivo dell’11 aprile concordato con i più “navigati” complici algerini. La prossima anche questi disperati, ma assai numerosi neofiti del terrore potrebbero colpire e far molto male. In Algeria “Al Qaida Maghreb” ha intanto fatto sapere che Mouaz Bin Jabl, il kamikaze responsabile dell’attentato al palazzo del governo, avrebbe usato un’autovettura imbottita di 1.500 chili d’esplosivo. Gli inquirenti algerini hanno identificato un’altro dei kamikaze come Bilal Oudina, un 23enne ex trafficante di droga convertitosi all’Islam in carcere.