Andare avanti sulla strada della «tolleranza zero»

Ai mondiali di calcio in Germania la Fifa aveva dato ad arbitri e squadre una indicazione precisa. «Tolleranza zero», due semplicissime parole che però schiudevano ad arbitri, giocatori, tifosi e spettatori un mondo completamente nuovo.
Non tutto è filato liscissimo in Germania, non tutti gli arbitri e non tutti i calciatori sono sempre stati all’altezza di questo «intollerante» diktat, ma le cose sono andate nel complesso piuttosto bene e, tra le squadre che si sono adeguate meglio alla tolleranza zero, c’è stata proprio l’Italia.
Ma che cosa vuol dire tolleranza zero? Significa, molto semplicemente, un uso esasperato dei cartellini gialli e rossi per qualsiasi tipo di intemperanza: dalla sceneggiata del capitombolo in area di rigore all’entrata violenta; dalla ressa attorno al guardalinee di cui non si approva una decisione ai battibecchi reiterati e ripetuti e stucchevoli fra due calciatori in campo; da qualsiasi furbata all’esasperato ricorso al cosiddetto fallo tattico.
Certo, applicando alla lettera questi principi qualche partita rischierebbe di finire anzitempo per mancanza di contendenti, ma è, comunque, l’unica strada da seguire per evitare incidenti gravi come quello capitato sabato scorso in Inghilterra al portiere del Chelsea Cech che ha rischiato la vita e che, se gli va bene, tornerà a giocare il prossimo anno.
In Italia gli arbitri stanno cercando di applicare questa «tolleranza zero». Secondo la Gazzetta dello sport i cartellini gialli e rossi, rispetto alle prime sei giornate dello scorso campionato, sono aumentati del 137 per cento. Le ammonizioni sono state 354 contro 232, le espulsioni 28 contro 13. Ci sono state e ci sono lamentele per errori degli arbitri, pazienza, dopo Moggiopoli sapevamo che sarebbero stati buttati in pasto alle folle molti arbitri inesperti, forse qualcuno non all’altezza. L’importante è continuare su questa strada, senza prendersela più di tanto con i fischietti per eventuali cantonate. Non è facile ma è, secondo noi, l’unica via da percorrere perché il calcio resti, o torni ad essere - a seconda dei punti di vista - lo sport più bello del mondo.