Per andare al cinema si pagherà un euro in più

Per recuperare 135 milioni il governo chiede un euro in più a ogni
spettatore attraverso il decreto milleproroghe. L'aumento dal primo luglio prossimo e fino al 31 dicembre 2013. L’opposizione insorge, ma i produttori approvano. Trovati 30
milioni per l’editoria

Roma - Era l’unica carta da spendere per recuperare risorse per il cinema, e il vituperato Bondi l’aveva detto. La più impopolare, certo, perché si scarica direttamente sul biglietto, quindi sullo spettatore, a meno che i proprietari delle sale non decidano di tenere fermi i prezzi smaltendo loro l’euro di tassa in più su ogni ingresso, ma è francamente improbabile. Insomma si prepara uno scontro duro sull’emendamento presentato dal governo al «milleproroghe», in esame al Senato. «È istituito - si legge -, per l’accesso a pagamento nelle sale cinematografiche, a esclusione di quelle delle comunità ecclesiali o religiose, un contributo speciale a carico dello spettatore pari a un euro, da versare all’entrata del bilancio dello Stato», a decorrere «dal primo luglio prossimo e fino al 31 dicembre 2013».

Il ministro dei Beni culturali era pronto a portarlo in consiglio dei ministri già nel dicembre scorso, ma è stato bloccato dalle resistenze degli esercenti, in particolare i due colossi delle multisale (i gruppi Uci, francese, e Thespace), che hanno minacciato di non programmare film italiani e di ricorre alla Corte di Giustizia Europea «contro un prelievo senza precedenti». Ma se le associazioni degli esercenti cinematografici sono pronti alla guerra, la novità è che gli autori (rappresentati dalla sigla Centoautori) per una volta stanno col governo. E con loro l’Anica, cioè l’associazione dei produttori cinematografici, che condivide la tassa di scopo ma chiede semmai di articolarla di più (come in Francia, dove l’euro viene suddiviso tra diversi soggetti che beneficiano del prodotto cinema, non solo lo spettatore ma anche le tv, internet, telefonia etc...). Gli autori sostengono che gli esercenti non sono l’anello debole della catena ma una potente lobby, e che «per piangere bisogna averne i motivi». Questo perché negli ultimi dieci anni, mentre è stata tolta la tassa sullo spettacolo, il prezzo medio del biglietto è passato da 5 a 6,70 euro, il 15% in più.

«Poi dal 1999 è stata abolita l’imposta sullo spettacolo, con un 13% di guadagno - ha spiegato Andrea Purgatori, coordinatore di Centoautori -. E contrariamente al resto dello spettacolo in Italia, loro hanno un’Iva agevolata al 10%, invece del 20%. Hanno usufruito quindi di un 38% in più». Ma l’opposizione si è già unita alla rivolta, con Rutelli (che però da ministro della Cultura propose la tassa di soggiorno) e l’Idv in prima linea.

Per la maggioranza questo è l’unico modo per trovare i 135 milioni per rimpolpare il sistema del tax credit (il credito d’imposta al sistema cinema) e poi magari qualche spicciolo anche fondo per il cinema, non essendoci risorse aggiuntive disponibili dal Tesoro (cosa che Bondi ha più volte sollecitato ricevendo picche). Questa è la soluzione individuata dai consiglieri di Bondi, in particolare dal capo di gabinetto Salvatore Nastasi, e che dovrà fare i conti con le resistenze del settore.

Novità anche per il teatro, sempre nel milleproroghe, anche qui con coda polemica. Via libera all’emendamento che destina 15 milioni in più al Fus (Fondo unico per lo spettacolo), che si aggiunge a 150 milioni già stanziati. Un finanziamento di 3 milioni ciascuno è stato riconosciuto sia all’Arena di Verona sia alla Scala di Milano, provocando le ire degli esclusi. Passa anche l’emendamento che rimpingua in parte i fondi tagliati all’editoria. Dei 50 milioni tagliati ne vengono reintegrati 30 e 15 milioni vanno a radio e Tv locali. «Rischiavamo - spiega Vincenzo Vita del Pd - di veder scomparire 92 testate». Ora il fondo per l’editoria dopo la Legge di Stabilità e il milleproroghe tornerà a 166 milioni rispetto ai 186 iniziali: «la sopravvivenza quest’anno è garantita - commenta Vita - ma non si può andare avanti così. Serve una vera riforma».

Ma nel milleproroghe i nodi ancora da sciogliere sono molti e sono i più intricati (quelli non a caso accantonati). Nodi che, come sempre, si sciolgono nelle ore piccole. Si punta a licenziare il testo e inviarlo all’aula di Palazzo Madama entro lunedì mattina. Poi il percorso è già tracciato: maxiemendamento del governo, voto sulle pregiudiziali e fiducia. Poi a Montecitorio dove si convertirà definitivamente il decreto con un nuovo ricorso alla fiducia.