Andare in pensione o restare? Il dubbio che divide gli italiani

È una guerra tra poveri. Tra disperati, per qualcuno. Sono quelli che guardano al giorno della pensione smarriti, anche se per motivi opposti. C’è chi non vede l’ora di chiudere con il lavoro, e chi non è capace di staccarsene. Tutti a interrogarsi sul domani, a chiedere consigli ad amici ed esperti su come comportarsi. Tutti colti di sorpresa da un provvedimento che era nell’aria, ma che nessuno prende sul serio finché non deve farci i conti di persona.
Antonio D’Emilio ha cominciato a lavorare a 15 anni: con in tasca il diploma di terza media fu preso come fattorino in una società di assicurazioni; poi passò a fare l’impiegato e il funzionario. Oggi, cinquantasettenne, con 42 anni di versamenti all’Inps, i figli grandi e la moglie senza lavoro, ancora non ha chiaro quando e con quanti soldi potrà andare in pensione. «Lavorare alla scrivania non è un lavoro usurante - riconosce - ma comincio a non poterne più». Fatica a reggere i ritmi, i nuovi computer, il rampantismo degli ultimi arrivati. Tra i suoi capi, alcuni lo lascerebbero volentieri a casa per imbarcare giovani più dinamici e meno costosi, altri invece non vorrebbero privarsi di una memoria storica dell’azienda. D’Emilio sa bene cosa fare da pensionato: un po’ di volontariato all’oratorio sotto casa e qualche viaggio a lungo rimandato. Ma è combattuto e rassegnato: «Non sono padrone di me stesso. Mi ritirerò quando la legge e l’azienda decideranno».
Andare presto o tardi in pensione? Sfruttare capacità ed esperienza fino all’ultimo, o ritirarsi in buon ordine? Fare spazio ai giovani o restare aggrappati a un’attività che riempia le giornate vuote? Il decreto che allontana la pensione mette in discussione tante scelte già prese. Enrica Coretti, 56 anni, lavora da 35 anni come insegnante: 30 sotto lo Stato e altri cinque in nero in una scuola elementare privata. Da lei nessuna rivendicazione femminista di pari trattamento con i maschi: «Sono stanca, vorrei avere più tempo per me. Spero di avere ancora le forze di godermi la pensione, quando ci andrò». Non la pensa come lei Raffaella Giusti, estetista che alle soglie dei 50 anni non pensa affatto a smettere: «Le donne che vanno a casa troppo presto vivono con pensioni basse per dispensare assistenza gratis ai parenti. Questo Stato non lo merita».
Guido Pellegrini di anni ne ha 74 e ogni mattina è puntuale alle 7,30 ai cancelli della fabbrica. La sua fabbrica. Da ragazzo impazziva per i motori, fece l’apprendista meccanico, la passione prese forma in un piccolo capannone che negli anni si è trasformato in un’azienda leader nella produzione di caldaie industriali. Mai guardato all’orario di lavoro, alle domeniche, alle ferie arretrate. Ha affrontato con successo anche il ricambio generazionale: i quattro figli lavorano in azienda con lui. Ammette Pellegrini: «Arriverà anche per me il giorno dell’addio ma non ci voglio pensare. Il lavoro non è una disgrazia, una condanna, o la dura parentesi tra la gioventù e il dolce far nulla: è il mio modo per dare lavoro ad altri e fare girare il mondo».
Nemmeno il dottor Angelo Ferro, medico di base, riesce a immaginarsi in vestaglia e pantofole. «Spesso i nostri figli non sono ancora sistemati e fa comodo qualche anno in più di stipendio. Vent’anni fa i pensionati-baby erano sommersi da richieste di collaborazione professionale, oggi no. Rimpiango lo “scalone Maroni” che questo governo non ha avuto il coraggio di ripristinare, con una parte dei contributi aggiunti in busta paga: l’Inps risparmiava e l’economia dei consumi girava».
È uno scontro tra coetanei, ma anche tra generazioni. Più tempo al lavoro per gli ultrasessantenni significa meno opportunità per i più giovani. Dice il professor Luigi Campiglio, economista e studioso di scienze sociali, prorettore dell’Università Cattolica di Milano: «Questa riforma è necessaria ma va seguita da una riforma del mercato del lavoro che deve offrire opportunità anche ai cinquantenni. Per chi perde il posto a quell’età occorre pensare nuovi percorsi di fine carriera: oggi chi viene tagliato fuori difficilmente rientra. Ma il problema della disoccupazione giovanile è simmetrico. Dal punto di vista demografico, siamo il Paese più squilibrato al mondo dopo il Giappone. Non usciremo da questa situazione se non aiuteremo l’economia a crescere a ritmi più sostenuti».