Andate tutti a «quel paese» dove la iella è un bene contagioso

Gli abitanti di Colobraro (Matera), sono considerati portatori di sventura. Ma loro hanno trasformato la nomea in un affare

di Nino Materi

nostro inviato a Colobraro (Mt)

Matera, novella capitale europea della cultura, e Colobraro, atavica capitale mondiale della iella distano fra loro 83 chilometri: uno per ogni gatto nero che troverete lungo la strada. Benvenuti nella Basilicata del «non è vero ma ci credo» o - se preferite - del «ci credo anche se non è vero». Colobraro è infatti un paese sinistramente leggendario non per ragioni politiche, ma per colpa della diceria secondo cui i suoi 1.342 abitanti avrebbero la ventura di essere portatori (sani) di sventura. Insomma, se la calunnia è un venticello, qui a Colobraro soffia perennemente la tramontana.

A questo punto, per evitare fraintendimenti, e soprattutto le maledizioni del benemerito sindaco colobrarese, l'avvocato Andrea Bernardo, corre l'obbligo precisare tre concetti fondamentali: 1) gli iettatori non esistono; 2) le sciocchezze sugli abitanti di Colobraro che «portano iella» sono, appunto, sciocchezze; 3) la superstizione è roba da ignoranti. Cose ovvie, ma che - toccando ferro - è bene ribadire, considerato che qualcuno potrebbe risentirsi per un innocuo articolo bonariamente ironico sulla nefasta «fama» di cui gode Colobraro.

Detto ciò invitiamo tutti ad andare «a quel paese». Sì, perché il paese innominabile lo hanno ribattezzato proprio così: «quel paese...». Trasformando, con lodevole autoironia, la presunta sfortuna che aleggia nell'aria in un'attrazione turistica, magicamente fantastica, che ogni martedì e venerdì di agosto (dalle 18 alle 22) anima una specie di festival della scarogna unico nel suo genere. Si intitola «Sogno di una notte... a Quel Paese» ed è un mix di cultura, folclore, gastronomia: per goderne al massimo la sera basta armarsi di buon umore e poi lasciarsi andare tra i suggestivi vicoli di Colobraro con al collo un amuleto scaccia-malocchio (detto «abitino») consegnato al visitatore all'ingresso dello speciale «percorso demoetnoantropologico». Uno slalom meridional-scaramatico tra fattucchiere, spiritelli dispettosi (i «munacielli»), lupi mannari, morti viventi e tante altre sorprese. È tutta una finzione teatrale, ma talmente realistica da sembrare vera.

Noi, con al collo l'amuleto di «protezione» (tre pietre di sale), siamo stati accalappiati da una pseudo «zingara», subito partita a razzo con un pronostico azzeccatissimo sul nostro, presunto, «piccolo figlio maschio»: «Avrà un futuro da calciatore di serie A». Ringraziamo per l'auspicio (i calciatori in serie A guadagnano piuttosto bene), facendo però timidamente presente alla gitana, lettrice di mano, che noi abbiamo solo due figlie femmine, entrambe ballerine classiche. Non va meglio con la «strega» del vicolo affianco alla chiesa che ci offre gratuitamente un filtro d'amore per trovare l'anima gemella; siamo entusiasti dell'idea, peccato che il sortilegio scateni le ire di nostra moglie che manda «a quel paese» (questa volta in senso letterale) la generosa fattucchiera. Tutto attorno è un concerto di suoni e balli che dividono la scena col vociare degli anziani del posto, professionisti nel narrare a noi turisti «incredibili eventi»: impresa facile, considerato che chi arriva «a quel paese» è pronto a bersi (oltre che l'ottimo vino Aglianico) ogni storia, compresa la più fantasiosa.

Qualche esempio? «La maldicenza che grava sul nostro paese non è una fandonia - sostiene scherzosamente don Antonio, 82 anni, che sta al gioco, divertendosi a impapocchiare i forestieri -. Ad attestarlo sono fatti documentati. Con tanto di sigillo ufficiale apposto da fior di antropologi». Un nome per tutti: il professor Ernesto De Martino, autore nel '48 del saggio Sud e magia. Dagli studi del De Martino si scopre che all'origine della «dannazione di Colobraro» ci sarebbe lo speciale «fluido» emanato da don Virgilio, podestà del paese negli anni '40. Fu lui che un giorno minacciò: «Se non dico la verità, che possa cadere questo candelabro... ». In realtà si trattava di un enorme lampadario pieno di aculei che, dopo pochi secondi dall'anatema, si staccò dal soffitto uccidendo i malcapitati che avevano messo in dubbio la parola di don Virgilio. Neppure la Benemerita pare indifferente al «fumus persecutionis» che intossica Colobraro, tanto che - giurano le malelingue - quando i carabinieri dei paesi limitrofi fermano per controlli di routine gli automobilisti colobraresi, non si azzardano mai a fare contravvenzione.

Anche negli uffici pubblici della Regione dichiarare di essere di Colobraro, scatena una sarabanda di furtivi sfregamenti di corni e ammennicoli vari. «D'altronde non possiamo pretendere una legge per eliminare la superstizione», commentano rassegnati i colobraresi. I vecchi sfoderano decine di aneddoti. Memorabile quello sui «tre tecnici Enel impazziti dopo il crollo ripetuto dei pali appena piantati nel centro del paese».

Scrive il professor Giuseppe Cosco nel libro Jella e anti jella: «Il professor Ernesto De Martino racconta che con i suoi collaboratori, per motivi di studio, dovette recarsi a Colobraro vicino Matera. Appena giunto, chiese al primo cittadino di fargli incontrare uno zampognaro, perché voleva farlo riprendere con la cinepresa, per documentare il folklore del luogo, ma il povero zampognaro fu investito da un camion e rimase ucciso. Un assistente del De Martino si procurò ammaccature scivolando dalle scale dell'albergo, un giornalista del gruppo restò molto turbato, quando si accesero spontaneamente i fiammiferi che aveva nella tasca della giacca e uno dei fotografi si ritrovò all'improvviso un febbrone da cavallo. Tutti i componenti la comitiva riportarono incidenti più o meno gravi... ». La professoressa Noemi Tarantini, laureata in Storia e tutela dei beni archeologici, plaude all'iniziativa di trasformare una nera nomea in un policromo richiamo ludico-intellettuale: «È un'idea geniale: giocare d'astuzia e trarre a proprio vantaggio una brutta reputazione. D'altronde, se anni e anni di donchisciottaggio non sono bastati a far abbandonare tale credenza, perché non alimentarla?».

Nel bar nella piazza del paese don Antonio tira fuori dal portafogli un ritaglio di giornale ingiallito. Il titolo è: «La Cassazione conferma: dare dello iettatore è diffamazione». La quinta sezione penale della Cassazione anni fa rigettò il ricorso di un dj pugliese condannato dalla Corte d'appello di Bari per diffamazione verso un suo collega lucano. Nei suoi confronti, l'imputato aveva detto che «porta male», tanto che «devo toccar ferro perché porta anche sfortuna». Sapete di quale paese era il diffamato? Trattasi di un comune in provincia di Matera di nove lettere: la prima è «C», l'ultima «o».

Ma non nominatelo, per carità.