André Butzer e l'espressionismo fantascientifico

Giangaleazzo Visconti ospita fino al 20 gennaio la personale di André Butzer, fondatore del cosidetto "Espressionismo fantascientifico"

Milano - Entrare nel solenne spazio dove Lucio Fontana ha tagliato tante tele, dove ha incastonato pietruzze nei suoi quadri e fuso sculture, non lascia mai indifferenti. Nell’antico palazzo settecentesco di Corso Monforte 23 le grandi sale che si affacciano sul parco privato della Galleria di Giangaleazzo Visconti si possono scorgere alberi secolari, pache corrose dal tempo, poltroncine di ferro da giardino sulle quali il grande artista era abituato a sedersi per ispirarsi.

Nel sottoscala ancora tutto il suo archivio intatto, i suoi attrezzi, le sue riviste, i suoi appunti... «Ho scelto questo luogo magico già qualche anno fa quando inaugurai con Boetti perchè il tempo lascia tracce indelebili nella memoria. E se la storia è fatta di eventi concatenati che hanno una radice comune, ebbene ho voluto essere io a continuare a darle un senso. Poi qui c’è tutto, dietro a queste immense vetrate, gli affreschi delle volte di queste sale si ha la sensazione che è l’arte a fare da regina nella vita, tutto il resto non conta..». E’ con queste parole che Giangaleazzo Visconti che da sempre si occupa d’arte contemporanea, ancora prima di essere stato responsabile della commissione cultura del Comune di Milano, spiega quale sia il suo approccio per coltivare quella cultura che a Milano si sta perdendo. Coerente con la sua linea artistica, è per questo che è lieto di ospitare fino al 20 gennaio la personale di André Butzer, talento della nuova scuola tedesca e fondatore del cosidetto «Espressionismo fantascientifico». Influenzato dalla pittura non figurativa di Albert Oehlen, dal cromatismo forte di Edward Munch e dalle posizioni luminose e dense di Asger Jorn, André Butzer, supera l’esperienza del «Die Bruke», creando uno stile nuovo , dai colori intensi producendo una realtà artificiale popolata da creature immaginarie, apparentemente grottesche tratte dai «cartoons».

Tutto ciò crea allo spettatore un effetto strabiliante: l’anarchia strutturale, i motivi geometrici, stipati in una varietà di colori brillanti da ricomporsi concettualmente in un vocabolario personale, soggiaciono a regole morfologiche precise. Ciò che emerge sono volti fluttuanti senza corpo, figure astratte che fanno parte dello stesso pianeta immaginario denominato «Nasheim) fusione tra la parola Nasa e la città di Anaheim in california, sede di Disneyland. Membri della stessa tribù che condividono l’utopia di una forma aleatoria e audace. Dalla matericità della sua prima pittura a olio, appaiono uomini con guance e buchi neri che prendono il posto degli occhi, gatti neri e donne bionde dal sorriso inquietante.

Nei dipinti dell’artista convergono riferimenti alla storia tedesca e americana: economai, politica, industria, tecnologia, fantascienza. I protagonisti dell’immaginario infantile si spengono negli orrori della nostra epoca. Nelle opere più recenti lo sfondo si fa scuro dove appaiono linee e forme geometriche, puntini, spirali. La forma pura divienta traccia del reale fatta di soli vocaboli astratti. Un gioco paradossale che l’artista di Stoccarda (classe 1973) che vive a Berlino dove ha fondato l’Isotrop Academy riconosce essere solo la sua arte atipica capace però di raccontare.