Andrea Bocelli «In Toscana la mia Woodstock del belcanto»

Il tenore inaugura il progetto «Teatro del silenzio»

Cesare G. Romana

da Forte dei Marmi

Casa Bocelli è una villa linda e cheta, tuffata nel verde. Se Forte dei Marmi è accaldata e formicola di turisti, gli alberi qui fanno argine contro il frastuono e l’arsura: ché, da artista, Andrea preferisce ascoltare il silenzio e «l’inesauribile notizia che da esso arriva», ammoniva Rilke. Infatti si chiamerà Teatro del Silenzio - il musicalissimo silenzio della natura - la nuova iniziativa del tenore toscano, inaugurazione il 27 con un concerto dello stesso Bocelli, del soprano Paola Sanguinetti e del baritono Gianfranco Montresor, sul podio il maestro Marcello Rota, nel golfo mistico l’Orchestra filarmonica di Piacenza e alle spalle la Società corale pisana. Nel menu romanze e duetti d’opera, con una spolverata di canzoni napoletane e di arie da camera.
Ma mica finisce qui: ogni anno l’appuntamento si riproporrà, così da creare una sorta di Woodstock del bel canto aperta peraltro a tutti i generi musicali: «Chiamerò colleghi della lirica ma anche della danza e del pop - annuncia Bocelli -, preferibilmente italiani, ma se si offrisse Elton John che faccio, lo rifiuto?».
Il Teatro del Silenzio è il frutto di un anno di lavoro nel verde di Laiatico, millecinquecento anime tra Valdicecina e la Caldera, dove Andrea Bocelli è nato e dove la natura è ancora tale. Qui è stato creato un anfiteatro naturale, «costruito senza una goccia d’asfalto, con una strada sterrata per arrivarci, un laghetto, una grande scultura e settemila posti a sedere. L’idea è venuta all’architetto Bartolini, che l’ha suggerita a mio fratello Alberto, a sua volta architetto. Mi hanno convinto, la Regione Toscana e altri enti hanno aderito ed eccoci qui, col maestro Rota che diresse le mie prime registrazioni, a preparare un programma di arie tra le più famose e difficili». Intanto un fitto pellegrinaggio ha già per meta, fatto inconsueto, il teatro nascente: americani, inglesi, tedeschi ché Bocelli, cinquanta milioni di dischi venduti nel mondo, è per Laiatico una gloria e un genius loci. «Qui del resto - puntualizza il tenore - è nato anche Gillo Dorfles, che fa parte del comitato d’onore del Teatro col direttore d’orchestra Alberto Veronesi, padre Coli custode del convento di Assisi, Vittorio Sgarbi, e con artisti come Hans Peter Ditzler, Arnaldo Pomodoro, Igor Mitoraj. In più, tra queste colline passò l’infanzia Carducci», e viene alla mente nonna Lucia con la sua cadenza versiliese, simile secondo il poeta a «un sirventese del Trecento/pieno di forza e di soavità». Che è la stessa cadenza di Andrea, versiliese doc.
È un Bocelli indaffarato e pieno d’entusiasmo, quello che si prepara al nuovo evento senza trascurarne mille altri. Lo trovo che suona, al pianoforte, Beethoven (Chiaro di luna), prima di passare al più noto tra i Notturni chopiniani per poi digradare tra La pappa col pomodoro, Grande grande grande e My way, «la più grande canzone mai scritta». Chiosando: «Vent’anni fa, al pianoforte, andavo come una saetta: allora sì che avevo tempo di studiare». E ritenendosi nominato sfreccia in sala Saetta, appunto, un cagnolino di cinque mesi che è un batuffolo d’allegria, gioco e voglia di coccole. Accanto al piano troneggia una batteria, «la suonavo da ragazzo, benino ma con scarso interesse», sogghigna l’Andrea, «del resto mi piace tentare tutti gli strumenti»: e conduce l’ospite a un grande armadio, affollato di sassofoni, flauti, una tromba, una tuba, un corno francese, una fisarmonica. Poi in un’altra sala dove troneggia un grancoda, c’è una vetrina colma di trofei e una parete è costellata di foto: Bocelli con Clinton, Chirac, Bush, Wojtyla, «e a settembre conoscerò anche Putin, mi ha invitato a cantare sulla Piazza Rossa».
Prima, però, c’è da ultimare a Parigi, col maestro Myung Whun Chung, la registrazione di Carmen, poi quattro concerti a New York, platea esaurita da mesi. Con un cruccio, però: «Odio gli aerei, e sono costretto a viverci sopra». Colpa d’un successo che abbraccia tutti i continenti, inclusa l’America, dove gli artisti italiani hanno, in genere, vita difficile. «Mica vero - obbietta lui - è là che hanno sfondato Caruso, Gigli, Pavarotti. E Mario Lanza, che era di Filadelfia, ma di sangue siciliano». E a proposito di glorie italiane, si parla dei Mondiali e di Lippi, amico d’Andrea «che aveva tutti contro e ha dato a tutti una lezione, vincendo. Poi si è dimesso, senza polemiche». Di politica, invece, Bocelli non parla: «Non me ne occupo, non sarei capace di farla. Ma, se la facessi, non vorrei una lira: servire il tuo Paese è un onore, vuoi anche farti pagare?».