Andrea Vitali pesca sempre bene nel suo lago

«Il procuratore» ha il sapore dolceamaro della vita di provincia cara a Soldati e Chiara

Innanzitutto è un dilettante. Se Giorgio Faletti è un attore, Tullio Avoledo un impiegato, Valerio Massimo Manfredi un archeologo, Andrea Camilleri uno sceneggiatore, lui è un medico, e forse è peggio. Poi non è giovane: ha cinquant’anni, ed è vero che pubblica libri da una quindicina d’anni, ma il successo è arrivato negli ultimi due. Per giunta, non vive né a Roma né a Milano e neppure a Napoli o in Sicilia, ma a Bellano, uno di quei posti dove si va solo la domenica per mangiare al ristorante con vista sul lago. Sì perché, se non bastasse, vive anche su un lago, quello di Como, che non è certo il mare o la montagna o la campagna: proprio tra le nebbie e le malinconie che neppure un battello di risate riesce ad attraversare. Non scrive sui giornali quegli articoloni che cominciano con dieci righe in prima pagina e un asterisco vicino alla firma per mettere in fondo «scrittore», perché altrimenti qualcuno potrebbe non averlo capito; alla televisione, poi, non sanno chi sia.
Eppure Andrea Vitali è l’unico vero erede di una tradizione di scrittori, da Mario Soldati a Piero Chiara, che in Italia sembrava scomparsa. Quelli che sanno costruire una trama magari semplice, ma che abbia un senso, sanno inventarsi personaggi credibili e soprattutto riescono a farli parlare senza renderli ridicoli o noiosi, se è vero che l’incapacità di costruire dialoghi decenti è la malattia mortale dei romanzieri italiani. Prendiamo Il procuratore, il nuovo romanzo che Garzanti ha appena pubblicato (pagg. 144, euro 13,50) dopo Una finestra vistalago, Un amore di zitella, La signorina Tecla Manzi e La figlia del podestà. È il romanzo del suo esordio, nel 1988, all’epoca passato sotto silenzio e oggi frettolosamente recuperato. La storia è semplice: siamo nel 1938 e un tale Marco Perini ritorna, naturalmente con il battello, a Bellano, da dove era scappato tanti anni prima, per raccogliere un’eredità.
Con Vitali non c’è pericolo, a differenza di quanto avviene con la stragrande maggioranza dei romanzi italiani d’oggi, di incappare in un noiosissimo pasticcio pseudoesistenzialista o pseudo chissà cosa: qui si comincia dalla prima pagina e si finisce all’ultima senza prendere respiro, seguendo il Perini tra le vie e le case di Bellano, tra ristoranti e alberghi, in mezzo a funzionari, notai, albergatori, commercianti che ognuno di noi incontra ogni giorno, ciascuno con le proprie miserie, le paure, i desideri; qui quando Perini cena all’Albergo il Cavallino, di ciò che mangia sentiamo l’odore; se cammina nella notte, rabbrividiamo per l’umidità della nebbia; quando vede una donna, la fa desiderare anche a noi; quando parla di un podestà, ci porta nel Ventennio meglio di un libro di storia. Perché, se non bastasse il resto, gettando appena lo sguardo nella scollatura di una ragazza, o infilandosi nel lampo dello sguardo di una donna, Vitali sa come raccontare l’amore e il desiderio, la carnalità e il sesso, la passione e l’abbandono.
«Ho cominciato a ripensare all’infinità di storie che avevo già sentito e che aspettavano solo di essere raccontate. Aneddoti, pettegolezzi, vere e proprie avventure che avevo udite, spesso durante le oceaniche riunioni natalizie, per bocca della zia Rosina, della zia Eufrasia, della zia Mirandola...», spiega Vitali nella prefazione, e proprio in queste piccole storie di vita scopre o forse inventa, non importa, piccoli grandi romanzi che finalmente vale la pena di leggere.