«Andrebbe giustiziato mille volte» «Ma vivere sarà la sua punizione»

Il premier: «Il nostro giudizio sulla guerra in Irak però non cambia». D’Alema: «Impiccarlo darebbe fuoco alla violenza»

Paola Setti

Fabrizio, Daniele e Matteo chissà che cosa avrebbero detto. Dicono i loro familiari che certo avrebbero gioito per l’Irak che condanna il suo dittatore, perché l’Irak visto dall’Irak fa molto più orrore dell’Irak visto in tv. Epperò sulla pena di morte non sarebbero stati tutti d’accordo, loro che facevano un mestiere che con la violenza deve fare i conti, ma che la violenza la rifuggivano.
Dice Graziella Quattrocchi che no, suo fratello «che già a militare difendeva le reclute dai “nonni”», suo fratello non l’avrebbe voluta una condanna per impiccagione per l’ex rais. «L’avrebbe pensata sicuramente come me: io ho tanta rabbia nel cuore, ma penso che ci sono altri modi per scontare una pena. Approvare la condanna a morte sarebbe come essere alla stessa stregua di Saddam, commettere lo stesso delitto che lui ha commesso così tante volte». Ecco: «Più che giusto condannarlo, lui deve pagare. Ma la libertà e la vita sono i beni più preziosi che abbiamo». E poi: «Forse sarebbe stato ancor più doloroso un ergastolo, anni e anni in prigione a riflettere su ciò che ha fatto. Anche se questa gente una coscienza non ce l’ha, lo abbiamo capito quando hanno ucciso mio fratello».
Non è d’accordo la mamma di Daniele Ghione, Oriella. «Ma allora che cosa dobbiamo fare, portargli un mazzo di fiori? Io sono cristiana e non dovrei dirle queste cose, ma invece sì, con quello che mi è successo penso di avere il diritto di dirlo: sì, sono contenta, e anche mio figlio lo sarebbe». Daniele aveva solo 30 anni e una moglie di 26 appena sposata quando è rimasto ucciso a Nassirya, «e avevo solo lui». L’anniversario di quel 12 novembre è domenica prossima, son giorni più tristi degli altri questi. «E vede, quando penso che son passati tre anni penso che Saddam ha vissuto già tre anni più di mio figlio, ha già vissuto troppo». Nessuno le restituirà Daniele, «lo so, ma che questo dittatore venga tolto dal mondo in questo modo a me va benissimo. Quando ho sentito della sentenza ho pensato: finalmente un po’ di giustizia, anche se certo è ben poca cosa, è quasi irrilevante in confronto ai delitti commessi da Saddam. Lui andrebbe ammazzato tante volte, un pezzo per volta». E poi, per metterla sul piano pratico: «Le pare normale che tante stragi vengano punite con un ergastolo? Secondo loro i cittadini dovrebbero pure mantenerselo in carcere questo criminale? E poi che facciamo, un indulto magari?».
Rabbia, ancora dolore e rabbia. In Irak è rimasto ucciso anche Matteo Vanzan. Suo padre, Enzo, l’altro giorno nel pieno centro di Padova è stato aggredito e picchiato da un commando di squadristi dei centri sociali, partecipava a un convegno di solidarietà con le forze armate. Non se la sente di giudicare: «Non voglio esprimere nessun giudizio, non sono io il suo giudice: mi spiace, ma non saprei dire se la condanna a morte sia giusta o no. Saddam ha ordinato stragi e commesso molti altri reati, è giusto che sia punito in base alla legge del suo Paese, che io non conosco; ma è anche vero che per anni ha tenuto a bada le bande di terroristi e le cellule islamiche più scatenate. Non è che mi sia simpatico, ma è una persona anche lui e non si augura a nessuno di morire, parlo dal lato umano. Certamente non mi permetto di osannarlo, ma non mi sento nemmeno di condannarlo».
Chi l’Irak lo conosce, e altroché se se la sente di giudicare, è invece Jamal Whab, rappresentante della comunità curda in Liguria, membro del comitato internazionale dei curdi e iracheni che coraggiosamente si opposero al regime. Viene da Kirkuk, nord Irak. Scappò nel 1980, l’alternativa era essere fucilato come disertore. La sua famiglia fu sterminata fra guerre e repressioni, sua madre fu soffocata nel ’91, quando Saddam uccise 500mila persone che si ribellarono al regime schierandosi con gli americani. Dice che «la pena di morte è solo il minimo che si possa fare: Saddam è stato peggio di Hitler, e in Irak l’unico modo per creare una vera democrazia è uccidere non solo lui, ma tutti i suoi seguaci. Il regime è un cancro che va estirpato. L’ergastolo sarebbe troppo difficile da gestire, perché con Saddam vivo i terroristi avrebbero un motivo in più per continuare a combattere».
Non si chiude nulla oggi, non è la fine di niente. Dicono Oriella e Gabriella che «tanti ragazzi sono ancora laggiù. Tutto sarà davvero finito solo quando torneranno a casa».