Andreotti: pronto a sfidare Marini per il Senato

Il candidato della Cdl: non è detto che resti in carica per 5 anni, programmo più per l’altro mondo che per questo. L’ex sindacalista della Cisl è un novizio

Laura Cesaretti

da Roma

«Sarò pronto», promette Romano Prodi. Pronto con la lista dei ministri, per il momento (tutt’ora imprecisato) nel quale gli verrà conferito da un presidente della Repubblica (tutt’ora imprecisato) il sospirato incarico di capo del Governo.
Per il momento, però, «nell’Unione è tutto bloccato», spiegano ai piani alti della Margherita. Tanto che il Professore ha dovuto rinviare il brainstorming con il suo staff di menti politiche, con le quali avrebbe voluto dedicare la domenica a sbrogliare la matassa del toto-ministri. Tutto sospeso in attesa di capire di che morte morirà l’Unione a Palazzo Madama, dove la maggioranza si gioca la prova della propria esistenza in vita nel duello all’ultimo voto tra il suo candidato Marini e il temutissimo Andreotti. E anche di capire, faccenda non secondaria, cosa matura in casa Ds una volta elaborato il lutto per la presidenza della Camera: quanti e quali ministeri verranno giudicati al Botteghino un «risarcimento» adeguato, se D’Alema entra o resta sull’Aventino, se Fassino si prende un portafoglio o no, e di conseguenza che fa Rutelli, con ripercussioni sulla delegazione margheritica.
«Fassino non mollerà l’osso del partito, e farà solo il vicepremier come Rutelli», assicura un esponente dl. «D’Alema ha dato l’ultimatum a Fassino, tramite Latorre che annuncia il congresso a settembre e il “ricambio generazionale”, pensando a Zingaretti», giura un dalemiano. «Fassino e Prodi faranno partire un pressing corale perché D’Alema accetti la Farnesina, e lui non potrà tirarsi indietro», annunciano altri. Una delle poche certezze, che veniva affacciata ieri, è quella che «a Mastella tocca dargli un ministero», perché anche se tutti si dicono certi che l’Udeur non farà scherzetti al Senato perché ne va della sopravvivenza della coalizione, e che le altisonanti minacce mastelliane sono solo un modo «per alzare il prezzo», è meglio andare sul sicuro: dato che il margine a Palazzo Madama resterà incerto per tutta la legislatura, ogni singolo senatore dell’Unione è esiziale per la maggioranza. E poi, vista l’aria che tira, Prodi vorrebbe blindare i segretari di partito al governo.
La partita tra Marini e Andreotti tiene tutti col fiato sospeso. «Il “rischio Andreotti” influisce direttamente sulla vita del futuro governo», avverte il ds Caldarola, «perché se Marini salta, aumentano di molto per Prodi le difficoltà di dare vita a un esecutivo forte». Di qui l’invito (condito forse di sottile perfidia) a Prodi di «non ripetere l’errore del ’98», quando rifiutò di chiedere il sostegno a Cossiga e perse la poltrona per un voto: «Il leader del centrosinistra si rivolga ad Andreotti per chiedergli un passo indietro, dandogli pubblico riconoscimento del suo diritto a candidarsi». Invito che però il Professore si guarderà bene dal seguire: non ha alcuna intenzione di legare il proprio nome e ruolo alla battaglia di Palazzo Madama, per ridurre al minimo le ripercussioni su se stesso in caso di sconfitta di Marini: «Non rispondo a domande sul Senato, io lavoro solo per il governo», ha replicato secco ieri ai cronisti che lo incalzavano. D’altronde Prodi è abbastanza certo che uno smacco della maggioranza al Senato magari rallenterebbe, ma non pregiudicherebbe il suo incarico: «Non c’è alcuna alternativa già in campo, e il rischio di instabilità sarebbe troppo alto per il Paese», ragionano i suoi. «Al Senato stiamo messi male», confidano ai vertici ds di Palazzo Madama, «l’unica speranza è convincere Andreotti a ritirarsi, o cercare di lavorare sulla Lega per fargli mancare voti. Ma non daremmo un bello spettacolo».
Sullo sfondo, grava anche l’incognita Quirinale. Peraltro intrecciata con l’incognita D’Alema: proprio il fatto che i fan del presidente ds si siano imbufaliti contro Bertinotti, per aver lanciato la sua candidatura al Colle, dimostra che D’Alema non vuole farsi bruciare così. Perché il Ciampi bis viene ormai dato per escluso («Non ha alcuna intenzione di farsi ricandidare», ha assicurato due giorni fa Fassino a chi lo interrogava), e la partita sulla candidatura dalemiana, confida un dirigente dl, «potrebbe aprirsi sul serio, e avere anche delle chance. Ma certo non dipende da Bertinotti: è nelle mani di Berlusconi».