Andreotti Quel Piccolo figlio mio

Francesca Amé

Attorniato dai fotografi cui si concede con fare navigato, il senatore a vita Giulio Andreotti scherza: «Perché siete qui? Sono un relitto archeologico». E poi tiene banco per due ore nell'Aula magna della Bicocca dinnanzi a un pubblico di giovani in silente ascolto. Sono gli alunni del master in Spettacolo, impresa e società, ideato dal professor Paolo Zenoni della facoltà di Sociologia. Che cosa c'entri il grande vecchio della politica italiana con lo show-business è presto detto: «Nel maggio del '47 De Gasperi mi nominò sottosegretario allo Spettacolo - racconta lo stesso Andreotti -. Ero un giovane laureato ed ero terrorizzato. Non per l'incarico in sé, ma per il settore di cui dovevo occuparmi». Nel corso del secondo governo De Gasperi bisognava incentivare la ricostruzione culturale di un Paese dominato sino a poco prima dal Minculpop: «Trovare finanziamenti per lo spettacolo all'interno del bilancio dello Stato è sempre difficile, ma allora fu terribile e non solo per la scarsità dei fondi a nostra disposizione, ma per le enormità delle esigenze: bisognava ricominciare tutto da capo».
In un parlamento assai ritroso a concedere preziosissime lire Andreotti - ed è questa la notizia emersa nell'incontro di ieri - riuscì a ottenere un finanziamento di 400 mila lire. I soldi andarono a Milano, nelle mani di Paolo Grassi e Giorgio Strehler perché quei due «erano un binomio di primissimo ordine». La cifra, scovata negli archivi del Piccolo che festeggerà con la prossima stagione il 60º compleanno, era nettamente inferiore a quella ipotizzata all'inizio da Andreotti. Il senatore a vita ha dovuto rinfrescarsi la memoria sui soldi concessi, ma ricorda assai bene le circostanze che portarono al lascito che fece nascere il Piccolo Teatro: «Avrei voluto fare di più, ma in parlamento si diceva che a Milano erano tutti ricchi e allora pattuimmo quella cifra. La proposta di Strehler e Grassi era di tale valore, che era impossibile accampare critiche». Alla vigilia del referendum che traghetterà il Paese verso la repubblica, il politico che avrebbe segnato la storia d'Italia fece nascere così una delle più importanti istituzioni culturali di Milano e del Paese. Il colore politico? Andreotti giura di non averci mai badato: «Non mi interessava che cosa votasse Grassi - commenta -. Ricordo con piacere che in occasione dei festeggiamenti per i miei 40 anni di vita politica, in mezzo a quelli della mia parrocchia, che parlavano bene di me ma chissà se lo pensavano davvero (ride), a Roma venne anche Strehler». La rinascita del Dopoguerra è partita a Milano anche da quelle 400 mila lire, inviate da un sottosegretario che considerava il teatro «un fattore educativo insostituibile e la cultura una costante di accredito per il nostro Paese, anche all'estero». E oggi, che cosa fa la politica per lo spettacolo? «Non ho voglia di smettere di guardare indietro», risponde fulmineo il senatore a vita Giulio Andreotti.