Da Andreotti alla soubrette

Campagna durissima, ma ci siamo confermati all’altezza. Adesso possiamo metterci comodi e aspettare con animo sereno i risultati: al grido «Obama o morte», abbiamo fatto per intero il nostro dovere. Abbiamo sospinto con tutta la nostra simpatia e con tutta la nostra passione il giovane demiurgo di colore, che con la sola forza delle idee candeggerà il mondo - mica solo l’America - dalle brutture e dalle storture, per riconsegnarcelo finalmente più giusto, più libero, più ecologico. Più equo e solidale.
Se gli americani non sono stupidi, se alle urne si sono espressi come noi abbiamo esplicitamente indicato, oggi festeggeremo un grande presidente. Il presidente di tutti. Da noi, in casa nostra, non ce lo possiamo mai permettere. Siamo sempre spaccati cinquanta e cinquanta, abbiamo sempre un presidente «nostro» o un presidente «loro». Ma stavolta, diamine, possiamo dirlo forte e chiaro: sì, Obama sarà il presidente di tutti.
Mai visto in Italia un simile consenso: noi, che ci dividiamo anche se siamo in due, su Obama ci siamo magicamente ricompattati in un popolo. Segnalato qualche cane sciolto in libera uscita, certo, ma con percentuali ridicole dello zero virgola. A mano a mano che la campagna elettorale è andata avanti, le adesioni sono fioccate. Solo per citare le ultimissime: Andreotti sta con Obama, la Marcegaglia sta con Obama, la soubrette (?) Lubamba sta con Obama. Politica, economia, spettacolo: tutti i settori della vita civile hanno espresso un’opinione chiara e indiscutibile.
E pazienza se, solo qualche mese fa, molti stimabilissimi italiani chiamavano il candidato democratico Osama, in un disgraziatissimo scambio di nomi con il famigerato terrorista di Al Qaida, che difatti era per qualcuno Obama Bin Laden. Un po’ di confusione, agli inizi. Poi, secondo una nostra riconosciuta prerogativa, abbiamo cominciato a documentarci, studiando sino a notte fonda, leggendo di tutto, consultando l’inimmaginabile, per costruirci giudizi e opinioni fondati. Mai pronunciarci per sentito dire, o per moda: è la nostra regola. Siamo gente seria.
Alla fine di questo lavoro massacrante, la dichiarazione di voto. Vai Barack, l’Italia è con te. Prelati, cariche istituzionali, attori, musici, calciatori. Jovanotti e Mike Bongiorno. Dalle più alte personalità fino alle più impresentabili sciacquette, una corsa a schierarsi dalla parte giusta. Sempre con ragionamenti argomentati e profondi. C’è persino chi ha fatto sottilmente notare come dopo il primo nero a vincere il mondiale di F.1 (Hamilton), sia giunto il momento di avere il primo nero presidente degli Stati Uniti. Certo, come il divano e la tappezzeria: fanno pendant.
Strana storia. Sembrava che ci dovessimo preparare solo al consueto posizionamento veltroniano, cioè al prevedibile e puntuale movimento radical-chic, pronto a scegliere l’icona tanto idealista e tanto romantica. Giovane, nero, bello, democratico: Obama era perfetto per l’Italia del buon pensare, decisamente più di McCain, tarchiato, gretto e rognoso. Poi però l’Obama-Party de noantri rompe gli argini, travolgendo tutto e tutti. Politicamente, un caos. Eravamo abituati da decenni, su qualunque cosa, ad avere le nostre versioni di destra e di sinistra, rigide, cristallizzate, incompatibili e inconciliabili: improvvisamente, Obama abbatte gli steccati e ingloba tutti dentro lo stesso polverone. Gelmini, Bondi, Frattini, La Russa, D’Alema, Fassino, Diliberto: uniti da insolita passione. Perfetta, per spiegare il senso di questa febbre incurabile, la dichiarazione di Giancarlo Galan, governatore del Veneto: «Sento la forte tentazione di fare quello che già fecero i romani con Settimio Severo, scegliendo un africano come imperatore».
Dall’alta parte, il quotidiano comunista Liberazione avverte l’Italia intera, ma soprattutto Veltroni, a tenere giù le mani da Obama: «Adesso che vincerà, tutti lo vogliono, tutti lo cercano. Compresa la destra. Compreso il segretario del Pd, che al Circo Massimo si è passato il lucido nero sul viso e ha usato le movenze di Barack. Ma tu caro Walter non sei la novità: vieni dal vecchio Pci. Rinasci, magari donna, e poi ne riparliamo... ».
È evidente: nei sogni di molta gente facile ai miti, Obama è un mezzo Che Guevara che finalmente purificherà l’odiata America. In nome del mito nascente e dell’agognata catarsi, si passa sopra a un sacco di cose: anche alla matematica certezza che ogni americano, per quanto democratico, resterà pur sempre filoamericano. Si passa sopra persino alla pena di morte, che Obama invoca contro il terrorismo. No, non c’è niente che possa incrinare la fede. Per vie diverse, con le più diverse motivazioni, tutti ci ritroviamo lì, ai piedi di Obama. Siamo al post-conformismo. Non più chic. Conformismo e basta.
E va bene. Se basta la vittoria di Obama per farci felici, per farci riscoprire lo spirito nazionale, per farci ritrovare coesi e compatti, sempre viva Barack Obama. Poi però, con calma, a elezione compiuta e a festeggiamenti conclusi, vediamo se è anche possibile tornare alle nostre occupazioni. Facciamo uno sforzo. Yes, we can. Anche perché, guardandoci in giro, non è che abbiamo tutto questo tempo da perdere.