Andrianopoli e la passione per il giornalismo

Anno accademico 1982/83 alla Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali di Milano, lo storico Gianfranco Bianchi, che la fondò e vi è docente di Storia Contemporanea, mi manda da Andrianopoli per la mia tesi sul Cittadino. Questo giornale cattolico genovese ebbe cent’anni di storia dal 1873 al 1974. «Parlare del giornale mi dà la nausea» esordisce monsignore, ma poi racconta e non smetterebbe con occhi fanciulli che si riaccendono d’entusiamo. Mi diventa chiaro che non voleva parlare per un amore tradito. Vi entrò come aiuto cronista prima della guerra e ne divenne direttore nel 1951, quando prese il nome di Nuovo Cittadino.
La domanda finale della tesi doveva essere: «Fu tradimento l’abbandono dei cattolici genovesi che lo lasciarono chiudere per motivi finanziari?».
Monsignore racconta: «Fu una vera scuola di giornalismo. Si lavorava gomito a gomito per trasmetterci idee, per pensare insieme. Si era costretti a lavorare intelligentemente e molto; si faceva un giornalismo serio: un redattore solo seguiva gli interni, in termini di confronto noi lavoravamo con 10 redattori, il Secolo XIX ne aveva 50. Spesso per un pezzo culturale traducevo dal tedesco il Burckhardt o altri. Ci dibattevamo tra mille difficoltà, lavoravamo con la carta della trinciatura delle bobine e il lapis misurato. Era un lavoraccio. Ho visto due miei redattori morire d’infarto». All’opposto dei tempi moderni in cui si mette a casa per e-mail chi da anni collabora, mi prega di ricordare Silvio Paladino, coordinatore degli altri in modo esemplare ed indefesso.
Racconta che, sacerdote imberbe, il primo resoconto affidatogli fu sul rastrellamento di donne di malaffare e omosessuali, operato dal pattuglione della pubblica moralità. «Potevano evitare» commenta come chi è rimasto offeso.
M’invita a leggere i grandi album come quelli per fotografie, conservati alla Franzoniana, dove ogni pagina ha incollato sopra un suo articolo. Tradizionale il suo giornaliero «Semaforo», corsivo di prima pagina, dedicato sia agli avvenimenti nazionali che genovesi e liguri.
Ritrovo la sua vis polemica e l’umorismo in un pezzo per controbattere la rubrichetta «Fondi di bottiglia» in prima pagina dell’Unità. «Con un metodo che è onesto come io sono comunista, un certo Aristarco pesca nei giornali avversari frasi staccate per farci un po’ di spirito sopra e spesso tocca a noi, designati come “fessi del giorno”, certo per distinguerci da lui, Aristarco, che lo è di giorno e di notte». Prosegue: «Caro Aristarco, giorno e notte, credi che siamo in Russia? Io scrivo quello che voglio, salvo il Vangelo, tu puoi scrivere su Malenkov e la stampa sovietica quello che ho scritto su Eden e la stampa inglese? No perché non sei libero e se lo facessi ti sbatterebbero la bottiglia sulla testa, altro che fondi di bottiglia!».
Il Cittadino faceva opinione e davanti al bar Gismondi & Mangini a Corvetto nei momenti accesi i cattolici genovesi sfilavano tenendolo in vista sottobraccio.
Nella tesi, leggendomi tutti i faldoni degli articoli, enucleai alcuni suoi temi: «L’Università Cattolica» (di cui bisogna aver molta cura perché come dice De Musset è dalla testa che comincia a guastarsi il pesce); «La buona stampa» (che è tale non per i temi religiosi quanto per i criteri con cui affronta i problemi); «L’anticomunismo» (epica una pagina del 1953 sul marxismo che «alimentandosi del disagio economico delle masse, vive di lotta violenta, rovine e odio mentre la Chiesa è viva nei Corpi santi dei suoi martiri viventi come Mindszenty, Stepinac, quelli che la Siberia accoglie nei campi coatti o le prigioni macerano in Bulgaria); «L’Europa unita»; «I movimenti sindacali, Associazioni e Azione Cattolica», «Fatti nodali» come «Trieste italiana» o l’Ungheria del 1956. Tutto questo tenendo saldo il principio di Leone XIII nella «Immortale Dei» (1885, sulla costituzione degli Stati): «Si può essere onestamente di principi diversi».
Discussa la tesi, monsignor Roba, dato che quella portata alla Biblioteca del Seminario dopo poche settimane risultava dispersa, me ne richiese un’altra copia per monsignore.
Andrianopoli, che dopo il primo colloquio si era reso indisponibile, mi chiamò per dirmi: «Se avessi saputo che l’avrebbe svolta così, le avrei dato tutto il mio appoggio». Aveva temuto volessi pescare nel torbido sui motivi della chiusura ma al riguardo ebbi - fonti sicure - due sacerdoti che al Cittadino lavorarono da giornalisti: Carlo Crovetto e Carlo Caviglione. Di Caviglione avevo riportato questa risposta alla domanda sulla chiusura che in parte si spiegava per un capovolgimento di radici storiche: oltre che ligure e genovese il Cittadino non poteva più avere quell’«occhio sul mondo» che era stata rubrica-fiore all’occhiello ma che ormai richiedeva altre forze strutturali. Caviglione mi aveva detto, rispondendo: «Quando una pubblicazione perde la sua identità, il problema diventa quello dei finanziamenti».
Vorrei ricordare alcune parole che in morte gli dedicò Luciano Basso, direttore di queste pagine e a lui, che aveva battezzato i suoi figli, legato d’amicizia: «Sempre in prima linea, avversario del centrosinistra, odiato e amato dai comunisti e dai cattolici. Era l’ultimo dei direttori di una generazione che aveva gestito il dopoguerra con impegno civile in anni turbolenti».