Androgini, ermafroditi, freak la letteratura dell’ambiguo

Connubi genetici, efebi e scherzi della natura in un saggio della francesista Franca Franchi

Zambinella, chi era costei? Nel 1830 Honoré de Balzac battezzò con questo vezzeggiativo degno di una fata di Charles Perrault non una bella fanciulla ma, udite udite, un bizzarro vegliardo che nel suo nuovo romanzo Sarrasine, definito da Michel Foucault il più sconcertante breviario estetico dell’Ottocento, si aggira per i boulevard parigini in «un aderente gilet candido come la neve ricamato dello stesso fulgido oro che inalberava sulla bionda parrucca che gli ricopriva il cranio cadaverico».
Chi ancor oggi percorre le righe sulfuree in cui il Padre della Comédie Humaine analizzava il comportamento di quegli individui dal sesso incerto che s’incontravano nei paraggi di Notre Dame scoprirà che quel vecchio signore era stato una femme romaine d’incredibile bellezza. Una Circe che, nella Città Eterna, mandava in delirio il pubblico maschile con le bellissime gambe ostentate senza pudore e con la voce capace di trilli sovrumani. Solo lo scultore dal femmineo nome di Sarrasine conquisterà la strana creatura. Che forse a suo tempo fu castrata per essere arruolata tra le «voci bianche» del Vaticano. Contemplandosi l’un l’altro, lo scultore dal sesso incerto e il vecchio cadente che cela sotto una maschera le impietose ingiurie degli anni danno vita a un’immagine che Roland Barthes riteneva il ritratto ideale dell’uomo. Se non addirittura l’androgino perfetto cantato da Platone come afferma l’accreditata specialista della storia letteraria di Francia, Franca Franchi, nelle Metamorfosi di Zambinella (Lubrina editore, pagg. 373, euro 15) dove si dibatte, con ampiezza di ipotesi contrastanti che invano si rintraccerebbero nello specchio polimorfo di Carl Gustav Jung, lo spinoso enigma dell’origine della specie nei capolavori pittorici e narrativi dell’Europa entre deux siècles.
Scorrendo queste pagine, dominate da un’intelligenza a volte degna di un botanico che tratti gli umani alla stregua di mutanti vegetali nel subdolo regno della Natura, si ha l’impressione che sia l’autrice sia il suo alter ego Alberto Castoldi cui si deve l’illuminante introduzione siano rimasti succubi della spinosa materia al punto da chiedersi se l’androgino, dopo aver assunto le sembianze dell’ermafrodito, si sia tramutato nel più atroce dei freak. Ma, a differenza di Leslie Fiedler che, in un saggio famoso, passò in rassegna oltre ai nani (in dotazione per via della statura ai Servizi Segreti di ogni tempo ed ogni Paese) certi spaventosi lusus naturae come i poveri «elephant men» dall’aspetto antropomorfo dell’età vittoriana, Franchi e Castoldi sollevano il velo sul profondo mistero del connubio genetico. Elevano infatti a profeti destinati a sciogliere qualsiasi riserva sul tema l’esoterico Joseph Péladan da un lato e, dall’altro, la famosa Rachilde, nume tutelare della sottile equazione che contrappone al femminile il maschile.
Da loro finalmente si apprende che sia Péladan, santone consacrato dei mondi paralleli, sia la perversa narratrice di passioni impossibili avrebbero motu proprio risolto la vessata questione. In assoluto disprezzo per le tesi di Darwin, Péladan mette in soffitta i primati sciogliendo un inno a Sua Maestà l’efebo. Da lui considerato la più compiuta espressione del corpo (e dell’intelletto) maschile per via di quella splendida pubertà che, preservandolo da un’attività sessuale che lo obbligherebbe a definirsi in un ruolo preciso, lo consegna a un invidiabile ascetismo. Mentre la Gran Signora dell’Ambiguità che, a ottant’anni suonati, lasciò il vecchio marito per un danzatore di angeliche fattezze, afferma senza remore che l’androgino, inesistente in età arcaica, è stato da lei esumato nel suo libro Monsieur Vénus dove la sua eroina Raoule de Vénérande, a somiglianza di come si comportò Onfale con Ercole e la bella regina di Lidia nei confronti di Achille da lei trattato come una vergine riottosa, ribalta i ruoli canonici dei sessi in una bizzarra prima notte di nozze.
In cui la femmina, mordendo a sangue il suo compagno prigioniero dei lacci di una chemise de nuit più implacabile di una camicia di forza, lo costringe a versare il suo sangue sul corpo nerboruto di lei dando finalmente forma e sostanza al diletto fantasma dell’androgino: utopia di una società che, dissolta nell’essenza volatile della droga la sudditanza al piacere, ha abiurato la carne a favore dei residui del mito.