Angela Hewitt, la pianista sensibile a Bach

È cresciuta in Canada, non nel Québec europeizzante e tradizionale vivaio di artisti, ma nel profondo Canada, nell’Ontario terra di laghi e delle più potenti città del Paese. È Angela Hewitt, pianista di Ottawa, padre inglese, nel Nuovo Mondo intorno agli anni Trenta per un incarico di organista nella cattedrale cittadina, e nonni materni scozzesi. Artista di grande intelligenza interpretativa, inclusa nel circolo delle signore del pianoforte assieme a Martha Argerich, Alicia De Larrocha e poche altre. È incline a Bach come dimostra la pila di dischi che le ha guadagnato premi e l’inevitabile confronto con il conterraneo Glenn Gould facendo parlare di eredità (che lei, con classe, nega). La Hewitt sarà a Milano domani, ore 21, su invito delle Serate Musicali per quattro Concerti con l’Orchestra di Padova e del Veneto.
Cosa ha significato crescere in un Paese musicalmente giovane?
«È stata una lezione di libertà. Poi un tempo il Canada aiutava molto i giovani, intervenne a sostegno del mio trasferimento a Parigi e delle varie partecipazioni a concorsi, anche in Italia».
Fra i tre e i vent’anni ha studiato danza, per poi optare per il pianoforte...
«Il pianoforte mi riusciva con più facilità».
La danza come ha inciso sulla sua personalità di interprete?
«Ha influito sulla percezione viva dei ritmi, ha instillato un forte senso della disciplina, ha plasmato il mio incedere sul palco e la postura quando siedo al pianoforte».
Sta per essere pubblicato un Dvd dedicato alla sua interpretazione di Bach. Cosa ci anticipa?
«Dopo una vita dedicata all’interpretazione della musica barocca, studenti e insegnanti mi hanno convinto a fare questo dvd dove spiego come memorizzare una fuga, scegliere il tempo giusto, suono e spiego».
Esce quindi in apertura del suo lungo tour bachiano.
«Da agosto fino all’ottobre 2008 eseguirò il Clavicembalo ben temperato in 24 Paesi, tornerò anche a Milano».
Cosa ci dice dell’ultima generazione di pianisti?
«Che vanno troppo veloci e suonano troppo forte, pochi curano e raffinano il tocco. Peccato, il pianoforte deve cantare».