Un’«angela» spilungona a Parigi ci restituisce la poesia di Besson

Raccontare favole per Luc Besson non è una novità, ne ha scritte alcune raccolte in un volume, ma Angel-A non è tra queste. Angela è un angelo e la A staccata sta a indicarlo. Rispetto al percorso filmico del regista francese la vera novità è la quasi totale mancanza di violenza, il dialogo fitto, incalzante, mai banale, un lucente bianco e nero, una Parigi lunare e magica, due interpreti assolutamente dissimili legati da un percorso metafisico e una vena ironica che travolge la ragione ma entra diritta nel cuore degli spettatori.
André (Jamel Debbouze), è un «marginal» di origine maghrebina, bruttino e senza futuro, sempre negli impicci e tallonato da creditori senza scrupoli. Quando decide di farla finita, si trova a salvare la vita a una fanciulla che si è gettata nella Senna prima di lui. È Anna (Rie Rasmussen), una gigantessa, dal fisico da top model, i modi spicci, che in realtà è un angelo che ha il preciso compito di salvare non solo l’anima del pusillanime André. E così la strana coppia deambula per Parigi affrontando i problemi di André con i modi, anche se non troppo angelici, della sua partner. È la sorellina simpatica di Nikita, l’anima poetica del sorprendente Besson, che torna alla regia dopo esperienze da tycoon. Un autore ritrovato, una pellicola spiazzante dove c’è spazio anche per la commozione. Rie Rasmussen, un metro e ottantasette, si prostituisce gioiosamente, fuma intensamente, è un angelo e non le fa male, e per lei la distanza più breve tra un punto e l’altro è sempre la linea retta. Forse per Besson questo angelo è la Francia, che aiuta i derelitti e se stessa, per chi ci vuol credere.

ANGEL-A di Luc Besson (Francia 2005), con Jamel Debbouze, Rie Rasmussen. 90 minuti