Gli angeli custodi della stazione dove i trenini viaggiano in orario

Maria Vittoria Cascino

Due locali sul primo binario di Quinto al Mare. La porta schermata. Uguale ad altre uguali, sulla facciata, la stessa, di queste nostre stazioni di indifferenza e graffiti. Salmastro che s'impasta alla ruggine e Michele che scosta la porta. Butti dentro la testa e sbatti la faccia su quel plastico che respira sogno. Un passo indietro a chiedere spazio. Fuori l'annuncio dell'intercity in ritardo, dentro «i nostri treni che sono sempre in orario». Scherza Mario, che ha voluto tutto questo. Che investe a fondo perduto. Che lo fa per un debito morale col cugino tetraplegico «mai abbastanza ascoltato». Che con i suoi amici presidia la stazione. Quei modellini soffocati nella sua mansarda non avevano senso. In mano, una piccola rete paramassi. Ne ritocca il colore. Dal particolare alla rappresentazione in scala di quanto può una rete ferroviaria. Un impianto ferro-modellistico di 19 metri per 3 e 90 su due livelli. Tremilaseicento metri di cavo elettrico e 550 di binario posato.
«Un impianto analogico e digitale - precisa Mario -. I siti sono una riproduzione di fantasia, ma il funzionamento è speculare alla realtà. Abbiamo il Servizio Comando e Controllo come le Ferrovie e il tutto in scala H zero, ossia 1 a 87». Dimensioni e velocità proporzionate. La messa in scena a duettare col reale. Dietro lo spostamento d'aria d'un merci, dentro, la radice quadrata perfezionata al dettaglio. Mario è un appassionato di modellismo (treni, aerei e navi) sia statico che dinamico. È progettista e perito meccanico. Ha lavorato alla Fiat, all'Ansaldo e al nucleare. Adesso è un pensionato che dalle 7 a mezzanotte lavora al suo plastico e presidia la stazione di Quinto. Insieme ad altri cinque personaggi che hai già incontrato nei romanzi di Steinbeck. Storia di passione e volontariato. Con i modellini che escono dagli imballaggi a respirare polvere di binari veri. Contro lo sbiadirli del tempo. Mario pensa e disegna. I suoi amici materializzano con lui. Si trascina dietro Giorgio il progettista elettronico, Lino il paesaggista-plasticista, Fabio l'elettronico, Silvio l'addetto alla manutenzione dei mezzi rotabili e Michele che cura la sorveglianza del sito-stazione.
Qualcuno lavora ancora, qualcuno è pensionato. Creano la onlus Expò Trains e monitorano il dentro e il fuori. E Mario c'è sempre e coordina. Dal 2003, quando va a chiedere a Ferrovie l'uso di quei due locali in semiabbandono sul binario 1. Sono perfetti per il plastico che ha in mente. Ferrovie glieli concede a patto che si occupi della manutenzione della stazione. Lui lavora di piccone e ramazza. Si accolla i lavori e crea un sito nel sito. Non solo passione. C'è il progetto allargato di raccontare ai ragazzi quell'alchimia di fisica, elettronica e matematica in un'architettura d'insieme che tiene conto di tutto.
«Questo plastico è un libro aperto. Un modo per spiegare agli studenti le tecniche di movimentazione e magari per chiarire che le sigle RIV e RIC indicano le destinazioni dei convogli e i numeri la loro carta d'identità». Linea commerciale, alta velocità e linea di montagna, quella «da punto a punto». «Per montare una linea di binari servono quasi due mesi». C'è chi chiede di dare un'occhiata, chi ruba le parole mentre lui ti sta raccontando. «Qui va sistemata la linea aerea. Se mettiamo i portali , per questo tratto dobbiamo acquistarne 25 a 250 euro l'uno». Sgrani gli occhi. «Tenere il passo con questo mercato è un gioco d'azzardo» mastica Mario. Sul plastico la sinfonia di colori dei convogli. La storica Rivarossi, motore nella macchina più tender, «oggi su E Bay la trovi digitalizzata e con motore nel tender: costa meno della metà ma è un'altra cosa». Va alla plancia di comando. Aziona il movimento e tre, quattro convogli partono a staffetta. Lui ti parla, ti mostra i segnali, la luce in galleria, quella sui treni, lo scartamento. Il vagone che va in parcheggio. L'altro che passa sull'ampolla e innesca un nuovo circuito. Ti s'incrociano gli occhi, li senti scivolare sui binari, arrancare sui ponti e sparire nella montagna. Un'orditura in legno riempita di polistirolo a modellare una geometria, con la carta pesta che fa da raccordo plastico. «Il sinottico riproduce le situazioni contingenti del plastico». L'indice sulle linee colorate e l'occhio al treno. «Questo è lo storico Marco Polo, 9 pezzi. Collegava Milano a Venezia». Lo sfiora, passa al treno azzurro e scivola sul rosso dello Zug. «Le nuove tinte sono anonime, prima ,dal colore, riconoscevi un accelerato da un locale».
In tutto venticinque macchine e sedici convogli. Tre anni di lavoro e un plastico al 60 per cento. «C'è da sistemare l'altra sala. Lì creeremo una città, stazione, belvedere, case a schiera. Poi ci sono tutti gli omini da piazzare fuori e dentro i treni. Solo in una carrozza sono 20 che fa 27 euro. Poi c'è da studiare un sistema a barriera a raggi infrarossi per le precedenze. E poi…» Mario non ne vede la fine. È la sua tela di Penelope. È il ricordo del cugino che gli ha lasciato i suoi modellini. È la vetrina di quelli che ha raccolto negli anni. È la vita sul binario. Con la gente del giorno e la varia umanità della notte. Il treno del dentro e del fuori. Oltre il plastico. Per la vita.