«Angelica» di Cosentino mix tragico e delirante sull’essenza della morte

Dialoghi e situazioni soltanto abbozzati per l’attrice sul palco

Viviana Persiani

Lo stesso autore-interprete ha difficoltà a spiegare il frutto del suo tentativo di raccontare l'irrappresentabilità della morte, la sua sacralità e la sua tragicità. Andrea Cosentino - questa sera sulla scena di Villa Alba a Gardone Riviera nell'ambito del ProsaGardaFestival - con la presentazione di Angelica darà vita ad un monologo in equilibrio tra il surreale e il comico, tra il tragico e il delirante. Per la regia di Andrea Virgilio Franceschi, l'autore racconta del senso di questo testo, nato dalla collaborazione drammaturgica con Valentina Giacchetti e che per la terza volta viene posto sotto i riflettori da palcoscenico.
Chi è Angelica?
«Non a caso il nome che ho dato alla protagonista è un nome che richiama il mondo della sacralità, della trascendenza; si tratta di un'attrice che cerca disperatamente di recitare una scena di morte, quadro di uno sceneggiato televisivo».
Ci riuscirà alla fine?
«Sì, ma lo spettatore dovrà assistere ad una morte a pezzi che, come un film, viene smontata e rimontata, col rischio di perdere il senso dell'azione. Con brandelli di dialoghi e situazioni abbozzate, Angelica alla fine muore davvero».
Un po' ridicolo?
«Come in tutti i miei spettacoli, vi è la predominanza dell'elemento delirante; con questo lavoro, faccio il verso al linguaggio televisivo, depauperato di ogni essenza, di ogni valore e di qualsiasi senso; tutto è appiattito, è svuotato, standardizzando e massificando ogni messaggio. Angelica conclude un dittico che parla al presente dell'oggi: dopo L'asino albino, lavoro sul tempo che passa, questo monologo racconta della morte».
Ma qual è il fulcro dello spettacolo?
«All'interno dei miei spettacoli amo concatenare più piani di lettura senza dare la preminenza a nulla; i miei lavori devono essere esperienze totali e complesse senza settorializzare nulla».
Sembra che voi artisti teatrali non andiate molto d'accordo con la televisione.
«È vero che tutti la criticano, me compreso; ma non c'è dubbio che sia utile come veicolo promozionale anche per noi uomini da palcoscenico. Avendo fatto anche molta televisione, ho ancora dei conti in sospeso con questo mezzo di comunicazione molto interessante; ciò che si critica è certamente il sistema che governa la tv che, con la pretesa di arrivare a tutti, combattendo quelle assurde guerre di share, si banalizza ogni cosa. Anche la scenografia che mi accompagna in questo assolo rappresenta metaforicamente la povertà del linguaggio televisivo».
In che senso?
«Io, solo sulla scena, nei panni della giovane attrice, sono circondato da un'essenzialità scenografica, da elementi naif, da oggetti di teatro popolare e dilettantesco, proprio a simboleggiare la banalità di quel codice espressivo che ogni giorno entra nelle nostre case».