Angelo biondo e ingrato Ha sedotto Schumi poi l’ha «abbandonato»

Faccia da angioletto, biondino, carino, gentile nonostante dicano che un filino quest’anno si sia montato la testa. E chi non lo avrebbe fatto al posto suo, e che diamine. L’angioletto teutonico è un animo dolce che nulla avrebbe a che vedere con lo squalesco e intossicante mondo delle corse se non fosse per quel piede di pesantezza inimmaginabile. Perché Seb Vettel, Seppi lo chiamano mamma Heike, papà Norbert, la sorella grande Stefanie, 26 anni, fisioterapista, la sorella piccola Melanie, 24 anni, odontotecnica nella vita, e persino Fabian, il piccino di famiglia, dodici anni quest’anno. Già, l’altro baby Vettel che scorrazza sui kart e che papà ha il suo bel da fare nel tenere lontano, per il momento, dall’autostrada per le corse che Sebastian gli ha spianato davanti. Sul tema è doverosa accorata parentesi: visto che in undici anni sono stati ben 7 i mondiali vinti da piloti tedeschi, 5 Schumi e 2 Vettel; visto che lo scopritore di entrambi è un tizio di Kerpen di nome Gerhard Noack; visto che il tizio all’epoca si dedicò anche alla scoperta - meno riuscita per la verità - di Ralf Schumacher; visto tutto questo c’è da credere e ritenere che presto sentiremo parlare dei fratelli Vettel.
Chiusa la parentesi. Si diceva dell’animo gentile di questo duevoltediseguitocampionedelmondo che non ascolta mai musica nervosa prima del via «tipo lady Gaga, per intenderci» precisa lui, che fin da bambino ha coltivato la «passione grande grande per i Beatles» ribadisce lui, e che non è diplomato in qualche diavoleria tecnica, bensì ha conseguito in età giusta, senza perdere anni, la maturità classica tedesca.
Ecco, questo è un primo Seb Vettel. L’altro, quello che ha disintegrato ogni record che conti in F1, che ha messo in cascina in poco più di un paio di anni una trentina di milioni di euro e 19 vittorie su 77 Gp disputati e due titoli mondiali e veleggia verso la riedizione riveduta e corretta - nel senso di più sorrisi, più simpatia - del dominio di kaiser Schumi, quest’altro Vettel è un’iradidio motoristica talmente consapevole della propria forza da andare controvento quanto a dichiarazioni. Una legge non scritta del mondo che corre a trecento all’ora insegna infatti che ad ogni pilota viene un attacco di orticaria non appena gli si domanda di un altro grande. Invece lui ha detto più volte candidamente «di chiedere consigli a Schumi», di lavorare per essere Vettel, «sapendo che se c’è bisogno di un’informazione con Michael non ci sono mai problemi». E arrivato persino ad ammettere serenamente di «frequentarlo anche fuori dalle corse, perché viviamo entrambi in Svizzera». Frasi e pensieri ribaditi spesso in carriera, parlando del suo «idolo» quando bambineggiava nei kart e parlando del «collega» ora che si incrociano in pista.
D’altra parte i modi garbati, il sorriso gentile, l’ottima educazione ricevuta in famiglia - famiglia molto molto unita - a qualcosa dovranno pur essere serviti. Tanto più che i Vettel hanno memoria lunga: come potrebbero scordare quel giorno di mezza estate del 2007, quando in preda a uno dei soliti attacchi di noia seguiti al ritiro dalle corse, Michelone Schumacher rispose al telefono parlando a lungo con Gerhard Berger. L’ex pilota, all’epoca comproprietario della Toro Rosso, chiese a Michael consiglio per sostituire quella schiappa di Scott Speed. E questi, tra uno sbadiglio e l’altro, rispose: «Prendi Vettel».
Poi Michelone ha forse capito che il ragazzino gli avrebbe potuto frantumare i record, si è pentito ed tornato in fretta e furia a correre. Inutilmente.