Angelo il cecchino sorrideva a tutti e preparava la strage

Congedato dall’esercito per le crisi depressive. Girava in mimetica col cane, ma per tutti era un pensionato gentile. Agli uomini che l'hanno arrestato: "Non potete capire"

«Voi non potete capire, non potete immaginare». Questo diceva l’altra sera, mentre lo stavano ammanettando, l'ex tenente colonnello a riposo Angelo Spagnoli.

«Voi non capite, non potete immaginare», disse anche Howard Barton Unruh verso le 11 del mattino del 6 settembre 1949, dopo aver ammazzato per strada, a East Camden, New Jersey, 13 persone e averne ridotte altre tre in fin di vita.

È difficile, in effetti, per chi guarda da fuori, capire, immaginare. Spesso non ci riescono neppure gli psichiatri, che ci si intestardiscono per mestiere. Per i vicini di casa, il tenente colonnello a riposo Angelo Spagnoli era solo quel tipo un po’ strambo, chiuso in se stesso ma prodigo di sorrisi di circostanza per tutti, che andava all’edicola col cane lupo in tuta mimetica (lui, non il cane). Sposato con un medico, un matrimonio durato tre anni, separato con una figlia, viveva con la madre e la sorella. Il classico tipo buongiorno e buonasera di cui solo pochi, nel caseggiato, conoscevano il male oscuro: quel vuoto nell’anima che chiamano depressione.

Come Unruh. Un agente, dopo che erano riusciti a stanarlo dal suo appartamento, gli domandò: «Qual è il tuo problema? Sei pazzo?». «Non sono pazzo», rispose Unruh indignato. «Il mio cervello è a postissimo».

Non so perché mi è venuta in mente la storia di H. B. Unruh, il primo, grande assassino per raptus del periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Dev’essere stato il fatto che anche Unruh viveva con la madre, e che anche lui si era distinto nell’esercito, nel 342° reparto di Artiglieria corazzata campale. Strane somiglianze, in effetti. Restano impresse.

Nell’autunno del 1949, Unruh era un emarginato di 28 anni che viveva con la madre in uno squallido appartamento di tre stanze a East Camden, New Jersey. Non aveva lavoro, non aveva amici. Con i vicini: buongiorno e buonasera, come il tenente colonnello Spagnoli, a Guidonia, 58 anni dopo. Come Spagnoli, anche Unruh si era sentito una volta perfettamente realizzato. Era stato ai tempi dell'Esercito, quando gli avevano appuntato sul petto quella medaglia al merito come artigliere. Poi era andato in crisi, chiudendosi sempre più in se stesso. Come Spagnoli, fino al giorno in cui gli dissero che lo congedavano, che era meglio così, cercasse di capire.

Secondo Harold Schechter, che al mondo dei killer ha dedicato un libro (Furia omicida, Sonzogno editore) Unruh si era messo in testa che i suoi vicini ce l’avessero con lui; che lo deridessero perché era una sega che si faceva mantenere dalla vecchia madre malata. Lui teneva un diario, al riguardo. Con i nomi di quelli che lo corbellavano, e un’annotazione in codice, a latere. «Ret.W.T.S», oppure «D.N.D.R.». Le sigle, si capì poi, stavano per «Retaliate when time suitable» e «Do not delay retaliation» (rispettivamente: «Vendicarsi al momento giusto» e «Non ritardare la vendetta»).

La mattina del 6 settembre 1949 Howard si alzò alle otto in punto, mangiò uova fritte e pane tostato, prese la Luger da 9 mm che teneva sotto il cuscino, due caricatori pieni e 39 pallottole sparse e si incamminò. Spagnoli, l’ufficiale che se avesse voluto avrebbe potuto tenere testa a un battaglione, e si era trincerato come un vietcong, ci si stava preparando da un pezzo. Fabbricava il fortino e si teneva in forma. Unò-duè, unò-duè, in palestra e di corsa sotto i pini di Guidonia. Il primo a cui ha sparato è stato un passante ignaro di tutto, attirato dalle fiamme appiccate sul terrazzo.

La prima tacca sulla Luger di Unruh invece si chiamava John Pilcharick, professione calzolaio. Un colpo in faccia e uno alla nuca, mentre lucidava una tomaia. Poi si voltò, attraversò la strada ed entrò nel negozio di Clark Hoover, il barbiere.

Hoover stava tagliando i capelli a un bambino di sei anni di nome Orris Smith, che era in compagnia della madre. «Ho qualcosa per te, Clarkie», disse Unruh avvicinandosi; poi sparò al barbiere e al bambino. Nei dieci minuti successivi, per strada sparò a tutti quelli che si era appuntati sul diario e a perfetti sconosciuti che avevano avuto la sfortuna di passare di lì. Tredici morti, tre feriti.

Non è facile entrare nella testa degli Unruh, così come non sarà facile, al di là di quel che leggerete sui giornali, entrare in quella di Giovanni Spagnoli, il «marine» di Guidonia che andava in giro in mimetica e masticava rancore nei confronti di chi aveva fatto di lui un pensionato. Era certamente molto arrabbiato con tutti, Spagnoli. Era certo convinto di avere fallito i suoi obiettivi. Aveva voglia di farla finita. In questo, gli assassini per raptus si somigliano tutti, dicono. Chiedono un solo, atroce momento di attenzione. Poi vogliono essere dimenticati per sempre. Sparati a loro volta, o sepolti in manicomio.