Da Angelo a Massimo Moratti

Finalmente Moratti è uscito dall'ombra del genitore a cui deve il grande amore per la maglia e certi errori commessi nella fretta di emularlo

Che lo scudetto della scorsa stagione sia stato servito in tavola all'Inter sul piatto dei veleni dalla Juventus di Moggi e Giraudo e un pochino anche dal Milan di qualche comprimario della fiction "Calciopoli", è certo. Che lo scudetto appena riconquistato dall'Inter con largo anticipo aritmetico sulla conclusione del campionato in corso sia da considerarsi vagamente "zoppo", per il mancato secolare confronto con la Juventus condannata (giustamente) a una storica e infamante retrocessione e per lo sbiadito contrasto con un Milan scolorito da un (giusto) handicap, è altrettanto certo. Però lo spazio che si deve concedere al realismo finisce qui. Perché da qui debbono pure cominciare i pubblici riconoscimenti per le firme che Massimo Moratti ha saputo porre, nel nome del padre, sotto le due ultime conquiste nerazzurre.

Massimo nel nome del padre, appunto. E nel sicuro rispetto di sé. Da giovane cronista io ebbi la fortuna professionale di frequentare, specialmente nei primi sette-otto degli anni Sessanta, l'ambiente della più forte, forse irripetibile, Inter della storia. Conoscevo molto bene, e sovente ovviamente gli parlavo, Italo Allodi, un manager che sapeva cinicamente sbarazzarsi di concorrenze e sospetti. E allo stesso modo, anzi quasi quotidianamente, avevo scambi verbali d'informazione con Helenio Herrera. Essi s'interruppero soltanto una volta, per due mesi: il periodo di "squalifica" che il mago mi aveva inflitto per avere io riportato alcune dichiarazioni sulla "fluidificazione tattica dei difensori" rilasciatemi da Armando Picchi. Ad H.H. non erano piaciute e tanto gli bastava per imporre la sua legge nei miei confronti, non in quelli del mitico "libero" che, tutto sommato, don Helenio rispettava al punto da temerlo. La regola della "squalifica" al giornalista, che colpì tanti di noi cronisti, funzionava così. Il mago ci incontrava in gruppo e al "colpevole" di trasgressione, secondo lui, si rivolgeva subito esclamando con durezza: "Con lei non parlo più". Per uno, due, tre, quattro mesi e i nostri direttori o capiservizio, che pur essendo potenti sapevano soltanto sorridere di quell'andazzo, dirottavano noi sospesi ad altro incarico (io per esempio passai temporaneamente da Appiano a Milanello). Cose dell'altro mondo, vero? Oggi si direbbe di sì. Allora...

Allora, quell'Inter di allora che dal 1963 al 1966 vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, il nostro calcio era tutt'altro rispetto a quello di oggi. E in quello scenario, che quarant'anni dopo sembra testimone di barzellette più che di cronache, si stagliava la figura di Angelo Moratti, carismatico imprenditore capace di fondare l'impero petrolifero Saras e di creare, non senza difficoltà di scelte e di scarti di giocatori importanti e di conflitti caratteriali anche con i suoi collaboratori, la favola della grande Inter. Giusto attraverso la trinità centrale del successo Moratti-Allodi-Herrera.

Angelo Moratti era dirigente di non comune sensibilità e generosità ed eleganza di stile: specialmente nelle occasioni di vittorie significative, a parte i ricchi premi in denaro, distribuiva a ciascuno degli "eroi del campo" un marengo o una sterlina d'oro. Se ne notava la presenza, le volte in cui si mostrava, e la sua sagoma sprigionava una sorta di straordinaria autorevolezza. Ma con i giornalisti, ai di là delle battute brevi e volanti, s'intratteneva di rado: i rapporti correnti li delegava ad Allodi e a Herrera. Alla vigilia d'ogni stagione, e alla fine, aveva un incontro con la ristretta schiera dei «giganti» che comprendeva Brera, Zanetti, Palumbo, Ghirelli... A noi umili cronisti toccava aspettare: per farci raccontare dai nostri capi che cosa Moratti avesse loro detto, per poi tenerne conto. Ma, per quanto adesso possa sembrare incredibile, non ci sentivamo né sacrificati né offesi: quei rituali anzi facevano lievitare in noi il rispetto per quell' uomo così irraggiungibile e pure tanto vicino, composto e cordiale se, di corsa, lo intercettavamo con la signora Erminia in una tribuna d'onore che, lui sì, sapeva onorare.

In quarant'anni e oltre è cambiato il mondo, è cambiato il nostro Paese, è cambiato il calcio attraverso le tappe di un progresso, pure mediatico, che all'esplosione tecnologica ha aggiunto, e continua ad aggiungere, un progressivo imbarbarimento dei costumi e dei comportamenti. È sempre stato difficile per tutti essere figli d'arte. Massimo Moratti ha interpretato, interpreta e seguiterà a interpretare la sua parte con i limiti personali e di epoca che competono ai "successori". Molto più disponibile - talora persino troppo - del padre, cultore appassionato del mito di un genitore unico nel suo genere, di Angelo ha ereditato in pieno l'amore sviscerato per l'Inter. E se in questi suoi undici anni di presidenza ha compiuto degli errori di calcolo e di valutazione - e ne ha compiuti - ciò forse lo si deve alla sua smania onesta e talora insidiosa di tenere bene alta e spiegata la bandiera di famiglia, di ricordare il "papà" con dedizione estrema. Altri paragoni sono ardui, credo improponibili. Oggi comunque Massimo festeggia il secondo scudetto, che profuma d'un record dopo l'altro, della sua avventura. Ha il diritto di esserne fiero e di non scusarsi con un nemico che, non per colpa dell'Inter multinazionale, stava altrove.