Angelopoulos, coscienza critica di una Grecia martoriata

Forse il modo più immediato per pensare il mito è raccontare la fine di Theo Angelopoulos (nella foto), il regista ateniese classe 1935, morto ad Atene per le ferite riportate in un incidente stradale: travolto dalla moto di un poliziotto. «Mi è morto fra le braccia», ha detto Amedeo Pagani, produttore del film L’altro mare con Toni Servillo (sotto choc per la sciagura), al quale Theo stava lavorando proprio in quel momento, al Pireo. La pellicola dell’autore di Alessandro il Grande - Leone d’Oro a Venezia nel 1980 -, doveva narrare la perdita di fiducia in un mondo migliore. Un tema che molto aveva a che fare con la crisi economica greca. È come se le Moire, tessendo e recidendo i loro fili fatali, martedì mattina avessero deciso che occorreva aggiungere dolore a dolore, togliendo un puntello d’onore al dissestato Partenone, che almeno cercava di produrre film. E la corsa in ospedale, forse rallentata dai soccorsi non tempestivi, non è servita a niente.
La trilogia di Theo sulla storia più recente del martoriato Paese mediterraneo, che partendo dalla presa del potere del dittatore Ioannis Metaxas, nell’ottobre del 1935, doveva arrivare ai giorni nostri, non avrà quindi il suo capitolo conclusivo. Da poeta elegiaco della cinematografia ellenica, lanciata nel mondo lungo una carriera quarantennale, Angelopoulos è stato investito mentre lavorava, con la stessa semplicità con cui la luce netta delle coincidenze investe molteplici connessioni. Con la perdita del suo artista più rappresentativo, sebbene di nicchia e amato più dalla critica che dal pubblico, un artista che ebbe fra l’altro molto a cuore l’Italia e tramutò Mastroianni in un apicoltore dell’Epiro (Il volo), la Grecia non solo oggi ci sembra ulteriormente impoverita, ma è come se le avessero tappato la bocca.
L’altro mare sarebbe diventato un film forte, di denuncia, di quelli cari al prestigioso autore europeo. E ci avrebbe mostrato come un pugno di speculatori globali, con la scusa dello spread, prostra e mortifica uomini e paesi. «Sarà un film sul destino degli uomini e sui loro sogni. Il XX secolo ci aveva fatto sperare nella realizzazione dei nostri sogni. Ma adesso il sogno è morto. Spetta alle giovani generazioni farsi avanti», spiegava questo figlio di commercianti che negli anni ’70 avversò il regime dei colonnelli. Con Angelopoulos finisce anche quel modo di fare cinema, squisitamente europeo, esemplificato in L’eternità e un giorno (Palma d’Oro a Cannes nel ’98), tratto da L’exil et le royaume di Albert Camus, con lo svizzero Bruno Ganz. Ma A ciascuno il suo cinema, come titolava il film collettivo cui prese parte Theo, che ebbe sempre la Grecia negli occhi. Tanto da dedicarle una trilogia, ormai sospesa tra La sorgente del fiume e La polvere del tempo.