«Animalia delineare» al Teatro I’

Matteo Failla

Il Festival Danae - Eventi extravaganti della nuova scena al femminile tra teatro e danza - ogni anno riserva nuove sorprese e interessanti progetti. Quest’anno, come nella tradizione, saranno protagoniste giovani artiste indipendenti che si esibiscono fino al 28 aprile sul palco del Teatro I’ e del Teatro Litta.
Dopo una settimana di rappresentazioni quali S(u)ono Corpo, di e con Emma Scialfa, Qualcosa da sala, di e con Francesca Proia, toccherà chiudere stasera il trittico in scena al Teatro I’ di via Gaudenzio Ferrari 11 alla giovane promessa Sonia Brunelli, con il suo Animalia delineare (sul palco domenica prossima). Originaria di Forlì, Sonia Brunelli lavora sul problema della rappresentazione e della comunicazione artistica: il movimento, il tempo, l’orizzonte ottico e gli stimoli che conducono ad un cambiamento dello stato fisico.
Partiamo dal titolo «Animalia Delineare», che ben rappresenta ciò che verrà proposto sul palco.
«Il titolo è di derivazione latina – afferma Sonia Brunelli – e letteralmente vuol dire “Far figure animali”. È un dittico che porta in scena due figure che prendono ispirazione da una forma animale, non mimetica, che si compone all’interno del divenire animale. Mi spiego: lo studio è effettuato sul punto coincidente tra uomo e animale, in pratica sono figure che non rappresentano mimeticamente la forma animale, piuttosto ne riproducono quello stato d’animo che accomuna quest’ultima alla figura umana».
È quindi teatro che si accompagna alle arti visive?
«Le ispirazioni provengono da immagini che appartengono alla storia dell’arte, e queste si riversano in due azioni teatrali che mischiano differenti linguaggi. La prima è senza audio, sono tutti suoni analogici creati con il pavimento, mentre per legare la prima figura alla secondo propongo l’ascolto di suoni naturali presi all’interno di stalle; la seconda azione teatrale ha infatti come referente principale la figura equina».
Ma c’è spazio per l’improvvisazione in queste rappresentazioni o tutto si muove dentro rigidi schemi?
«È uno schema rigidissimo, l’improvvisazione può essere presente solo nella fase di creazione, ma poi tutto rientra all’interno di confini dai quali non ci si può allontanare. Anche le figure sono costrette dentro una forma: la prima è sul pavimento e non si alza mai, mentre la seconda è “rinchiusa” in una figura di forma equina con quattro arti».
Cosa ti ha portato a percorrere la strada del teatro di ricerca e sperimentazione «corporea e visiva»?
«Innanzitutto gli studi teatrali, ma anche quelli all’Istituto d’arte e all’Accademia di belle arti; e poi scenografia, quindi con un impronta inizialmente teorica. Poi ho iniziato a lavorare con alcune compagnie teatrali, con le quali ho continuato la sperimentazione legata al gesto teatrale, più che al testo: io lavoro sul movimento, sul teatro legato alla disciplina ginnica».