Le anime belle non conoscono lentezza e costi dei processi

C onfesso che leggendo i primi commenti sul polverino estivo alzato da Repubblica sulla questione Mondadori ho subito pensato ad una presa in giro, ad una recita a soggetto per tentare in modo goffo di distogliere l’attenzione dei lettori che si stavano pericolosamente occupando di fatti più importanti. Probabilmente è così, ma c’è il rischio che alcune persone perbene, magari per scarsa dimestichezza con le questioni fiscali, abbocchino anche al più palese degli ami. Quindi giriamo una domanda semplice a tutti i «colpiti da questioni di coscienza» che sono stati ingannati per l’ennesima volta dalla stampa di sinistra e ancora non lo sanno: è tollerabile che in un paese civile un’impresa debba essere ancora tormentata dal fisco dopo vent’anni dal fatto contestato e dopo aver avuto già ragione due (dico due) volte in tribunale? Provate ad immedesimarvi voi nella situazione: il fisco vi contesta un’infrazione, voi avete sempre pagato il dovuto e non ci state, così decidete di entrare nell’inferno dei tribunali e degli avvocati per difendere il vostro diritto. Volano i primi anni ma il tribunale non ha dubbi: avete ragione.
Nella maggior parte del mondo sarebbe finita lì, ma non qui in Italia. Lo Stato infatti ha molto tempo da perdere al contrario di voi che dovete lavorare per vivere e pensa bene di ricorrere in appello. L’incubo, che pensavate di aver scacciato, ritorna. Le parcelle degli avvocati si gonfiano, bisogna riprendere tutte le carte e ricominciare la trafila. Dopo un’infinità di anni arriva finalmente anche il verdetto di appello, e ancora viene sancito che avete ragione da vendere. Adesso basta, è veramente finita, pacche sulle spalle e tutti a casa. Macchè, lo Stato sogghignante ricorre in Cassazione e per voi i tribunali sono ancora frequentazione forzata anche se ormai sono passati vent’anni dalla prima contestazione e la vostra ragione è stata già affermata due volte. Ecco, la situazione della Mondadori è semplicemente questa e la «legge scandalosa» si limita a consentire a tutti coloro che si trovino in tale paradossale situazione di uscire dall’incubo pagando il 5% della somma contestata ed evitando il terzo grado ed il rischio di un annullamento magari per qualche vizio di forma che farebbe incredibilmente ricominciare tutto da capo, potenzialmente all’infinito.
Quindi nessun «condono», nessuna «evasione di somme dovute al fisco», semplicemente un salutare distacco della spina di una graticola dopo che un contribuente ha già ottenuto ragione in due gradi di giudizio. Può anche essere che la norma sia stata ispirata al Governo da questo caso e dall’interesse familiare nella vicenda, ma talvolta uno si accorge della buca nella strada solo quando ci finisce dentro, riempirla è un dovere, non uno scandalo. Si dovrebbe dire semmai che la soluzione trovata è ancora vessatoria per il contribuente: l’ideale sarebbe rendere inappellabili da parte del fisco i giudizi favorevoli al contribuente. Siamo un paese dove l’evasione fiscale è talmente palese e diffusa che non pare davvero il caso di ricercarla a colpi di cavilli quando già un tribunale si è espresso affermando la correttezza di un cittadino o di un’impresa.
Il 5% da pagare ugualmente allo Stato, nonostante la ragione reiterata e dopo vent’anni di avvocati e di bilanci su cui pendeva la spada di Damocle del contenzioso, appare ancora un sopruso, altro che regalo. Ben venga quindi la Mondadori se è servita a far aprire almeno un po’ gli occhi del governo su una delle mille storture del nostro sistema giudiziario e fiscale, finora snobbata anche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha sanzionato a raffica l’Italia per la lunghezza assurda dei processi ma ha stabilito di non potersi immischiare nelle questioni tributarie, lasciando i cittadini e gli imprenditori per decenni a vagare per tribunali con la loro ragione di carta in mano.
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