Anna Frank e il suo «Diario» al Carcano

La regista Tatulli: «Suggestionati dalla traduzione Usa»

Viviana Persiani

Si commetterebbe un errore a liquidare Il Diario di Anna Frank solo come una delle tante struggenti storie di deportazione. Chi lo conosce solo marginalmente o per sentito dire, resterà, infatti, sorpreso nello scoprire che, in realtà, la trasposizione teatrale, in scena al teatro Carcano, racconta, prima di tutto, il percorso di maturazione di una donna, attraverso istantanee di vita quotidiana, che sono, al contempo, poetiche ma anche gaie; il tutto, nonostante la drammatica conclusione tristemente nota.
Federica Tatulli, regista della messinscena, racconta come la compagnia sia stata suggestionata, oltre che dall'adattamento teatrale, anche dal testo di riferimento Anna Frank, memoria di una impiegata. «La traduzione americana risale al 1952, il che equivale a dover lavorare su un testo certamente non moderno. Il che non facilita la trasposizione per il palcoscenico».
Come avete operato?
«Puntando su un lavoro di improvvisazione con gli attori. Tenendo come base questo testo, abbiamo pensato di integrare Il Diario con il libro Anna Frank, memoria di una impiegata per guardare con un nuovo punto di vista la vicenda della ragazza ebrea. Siamo stati fedeli alla commedia ma rimpastandola, rivisitandola, ricucendola».
Come mai la decisione di rappresentare un testo così particolare?
«È stato Carlo Padovani, il produttore, a ingaggiarmi per questo allestimento. Non conoscevo il libro se non a livello scolastico. Leggendolo, mi sono appassionata particolarmente alla vicenda di questa ragazza che cresce, diventa grande, che esplora sentimenti e principi come la tolleranza e il rispetto reciproco, soffermandosi a riflettere su temi e problematiche certamente non consueti per una della sua età».
Una maturazione precoce forzata quella di Anna?
«Con le limitazioni del caso, Anna ha compiuto un cammino di maturazione spirituale. Per me è stato come vedere, nelle pagine del suo diario, una pianta che fa fatica a fiorire, a svilupparsi, perché oppressa in uno spazio angusto».
Cosa avete pensato per l'allestimento delle scene?
«Quando sono andata in viaggio ad Amsterdam, vicino alla casa di Anna Frank c'era una torre di una chiesa con cinquanta campane che suonavano pezzi classici. Questo fatto mi ha offerto l'idea di mettere sulla scena la riproduzione di questa torre, collocata in un posto importante del proscenio. Sopra di lei, due ragazzi si arrampicano per vivere la loro storia di amore. Lo spettatore assiste alla vita all'interno della casa ma anche alle vicende esterne come la città che si estende intorno, i bombardamenti. I fatti di cronaca sono recuperati, annunciati da una radio, presenza fissa dell'allestimento».
Ha fatto delle scelte particolari per i costumi?
«Ho vestito tutti di grigio tranne Anna che indossa un abito e delle scarpe rosse. Alla fine, giunti all'ultima scena, molti anni dopo la tragedia, tutti gli abiti finiscono per riappropriarsi dei loro colori».