Anna Galiena, casalinga «drogata» di solitudine

Laura Novelli

Abitino romantico che sembra assecondare i tremolii più remoti dell’anima. Impermeabile grigio di rigorosa ascendenza impiegatizia. Un filo di trucco per dare lieve pallore a un volto capace di dire più di qualsiasi parola. Eppure la protagonista di Quale droga fa per me?, di Kai Hensel che Anna Galiena interpreta in questi giorni al teatro India, ha scelto proprio le parole per rivelare se stessa e per dare forma alla sua tragica caduta nel vuoto. Le parole di una conferenza/spettacolo dove divulgazione scientifica, filosofia, confessioni personali, transfert psicanalitici, pulsioni ataviche si fondono con semplicità. Forse perché questa «drogata» abbrutita dall’insoddisfazione e dalla routine somiglia a tante donne e tanti uomini di oggi. Ecco allora che la raffinata regia di André Ruth Shammah studia uno spazio unico dove far convogliare conferenziere e spettatori: una scatola posta direttamente sull’area del palcoscenico che «sta per» la spoglia sala del centro sociale in cui l’autore immagina si svolga questa lezione/incontro. La Galiena appare in scena sorridendo, attonita e confusa: il cerchietto composto in testa, la voce pronta a illustrare diapositive che spiegano le caratteristiche delle droghe più diffuse, «benefici» e controindicazioni compresi. È difficile capire se lei difenda o deprechi l’uso degli stupefacenti. D’altronde, non è questo il punto. Perché noi astanti siamo chiamati prima di tutto ad assistere a un suicidio psicologico, sentimentale ed emotivo, che prende in prestito i ricordi, le frustrazioni di moglie e di madre, i fallimenti ideologici e morali per rappresentare, davanti ai nostri occhi, un dramma intimo, inevitabile. Alla fine del quale la protagonista rinnegherà la sua vita, la droga, il figlio, l’idea stessa della maternità per volare altrove, lontano da qualsiasi prigione e da qualsiasi «dipendenza». Davvero ottima ci è parsa questa prova della Galiena, attrice di talento capace qui di cogliere con equilibrio ogni sfumatura del personaggio. E sintomatico ci è parso pure il fatto che non troppo tempo fa, in seno al festival Quartieri dell’Arte, il Burgtheater di Vienna ci abbia presentato un altro monologo/conferenza al femminile, Jackie del premio Nobel Elfriede Jelinek, pensato anch’esso come discesa agli inferi in bilico tra volontà di dire e necessità di negare. Ultima replica stasera. Info: 06/684000345.