Annamaria, famiglia da spot

La famiglia perfetta si sveglia con gli uccellini che cantano e il sole che spunta da dietro la collina. Ci sono il prato, i fiori, il trillo dei bambini che accorrono gioiosi alla tavola imbandita per la colazione, già lavati e pettinati per di più, senza un capriccio. Sono tutti festosi, la madre è sorridente, il padre giulivo. Tutti pronti per un’altra bellissima giornata. Dove le avete viste famiglie come questa? Nella pubblicità. E nella lettera che Annamaria Franzoni ha scritto per ricordare come era felice prima la sua vita nello chalet di Cogne.

Prima di quella maledetta mattina, la Franzoni coltivava l’orto e insegnava ai bambini come si semina ogni verdura. Una vita sana fatta di giornate serene, «in uno dei più bei scenari delle Alpi», con il prato, la legna, gli animali, l’aria pura. «Una sensazione piena di amore e soddisfazione personale per ciò che avevo, tutto reso magico e incredibilmente bello dalla presenza dei bambini, Davide e Samuele». Sullo sfondo la figura del marito Stefano, che non c’era mai però che gioia quando rientrava, perché «per tutte le persone che si vogliono bene la temporanea assenza fa pregustare la gioia di rivedersi». Lei e i bambini gli andavano incontro facendo una passeggiata oppure in inverno lo aspettavano in casa «nascondendoci, chi dietro al divano, chi dietro alle tende o sotto il tavolo per farci scoprire e scoppiare in una risata».

Non ci interessa entrare nel merito. Saranno i giudici a decidere se Annamaria Franzoni è una perfetta assassina o una perfetta innocente. Ci interessa invece capire perché una donna accusata di aver ucciso il proprio figlio scrive una lettera per descrivere la vita perfetta di una famiglia perfetta governata da una madre perfetta. Vittima dello stereotipo di una famiglia idealizzata, il luogo idilliaco illuminato dalla luce radente dello spot che rende tutti più buoni e più belli, famiglie disinfettate come i pavimenti splendenti delle cucine e i divani senza acari, dove la vita scorre tra sentimenti caramellosi e biscotti senza grassi e non si capisce più dove sia il limite che divide la realtà dal reality, mentre il nuovo show di Raidue andrà a caccia della ragazza da eleggere a «Sposa Perfetta». Perfetta anche lei, ovvio. All’altro opposto del reality lo stereotipo della famiglia che fa più vittime della mafia, come ha scritto qualche giornale.

Il luogo più mostruoso del mondo, dove avvengono le violenze e gli ammazzamenti più efferati, il luogo dell’orrore domestico, dell’odio racchiuso tra quattro mura, dove si dà sfogo alle pulsioni più basse e gli istinti bestiali non trovano freni nella legge. La famiglia di Orwell, che «quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: e questo la dice lunga su quel che la gente pensa del matrimonio». Mai nessuno che parli di famiglia come di un’accozzaglia imperfetta di persone, uno spicchio di mondo che nel suo piccolo riproduce il mondo esterno. Di cosa è fatta una famiglia? Di ricordi, di macchie sul divano, di litigi, di notti insonni, di compleanni, di un album di fotografie, di recriminazioni, di calzini puzzolenti lasciati per terra, del primo giorno di scuola, di febbre, soldi, amanti, figli, di hamburger scongelati all’ultimo momento, di telefonate, di giorni di pioggia, di diagnosi infauste e chemioterapie. Di un luogo di vita condivisa. Imperfetta e perciò molto reale.