Annan convince tutti i Grandi: «Mandiamo le forze dell’Onu»

Il segretario generale: «Le parole non bastano più». Blair: «Solo un contingente multinazionale può far finire il conflitto». Chirac se la prende con Israele: «Attacco aberrante»

nostro inviato a

San Pietroburgo

Annan e Blair ci provano, Prodi si associa, gli altri Paesi del G8 approvano: per porre fine alla crisi in Libano occorre dispiegare una forza multinazionale sotto l’egida dell’Onu. Non è un caso che proprio il Segretario generale Kofi Annan sia il protagonista dell’ultima giornata del summit degli Otto grandi, conclusosi ieri a San Pietroburgo. Un ruolo insolito per colui che dall’11 settembre 2001 era diventato poco più che una comparsa sulla scena politica internazionale. Di buon mattino incontra il premier britannico Blair e annuncia la proposta che nessuno si aspettava in termini così netti e in tempi tanto rapidi. Un Annan insolitamente combattivo dichiara che «è necessario un pacchetto di misure concrete e non solo esortazioni» per risolvere la crisi tra Israele e gli Hezbollah. Promette che cercherà di convincere tutti i membri del Consiglio di sicurezza non appena avrà ricevuto il rapporto con i risultati della missione appena mandata in Medio Oriente; dunque entro la fine della settimana.
Blair precisa che la proposta rafforza la dichiarazione del G8 sul Libano. «Solo dispiegando un contingente multinazionale nella regione - spiega - si potrà ottenere la fine del lancio di razzi su Israele e di conseguenza anche dei raid sul Libano». Il premier britannico rifiuta di formulare previsioni sui tempi dell’eventuale dispiegamento e sull’estensione del mandato. Dichiara solo, ma è un’ovvietà, che i soldati saranno molti più dei duemila osservatori delle Nazioni Unite presenti da molti anni nella zona meridionale del Libano. Tra i leader presenti soltanto Chirac si spinge oltre dichiarando che la forza Onu «dovrà avere potere coercitivo». Il presidente francese si distingue ancora una volta per le sue intemperanze verbali: durante la conferenza stampa finale denuncia «il comportamento violento e aberrante» di Israele e al contempo «mette in guardia coloro che sono tentati di sostenere le forze di destabilizzazione» in Libano, con ovvio riferimento alla Siria e al Libano.
Tutto questo mentre a Parigi il premier Dominique de Villepin sale sull’aereo che lo condurrà a Beirut per portare «al popolo libanese e al premier Siniora la solidarietà dei francesi». Più prudenti di lui sia il presidente russo Putin che il cancelliere Angela Merkel: entrambi ribadiscono i termini del comunicato del G8 e salutano il nuovo, cruciale ruolo delle Nazioni Unite. Già, ma che ne pensano gli Stati Uniti? Bush tace. O meglio: parla solo a porte chiuse. Durante la colazione si rivolge a Tony Blair e riferendosi agli sforzi per porre fine al conflitto, gli dice: «L’unica è che Siria e Hezbollah la smettano di seminare questa merda». Non si accorge che un microfono è aperto e che una telecamera è rimasta accesa; la gaffe viene trasmessa in mondovisione. Ma ascoltando attentamente il seguito della conversazione, chiaramente confidenziale, trapela la vera notizia: il capo della Casa Bianca dichiara di essere intenzionato a inviare al più presto Condoleezza Rice nella regione. Appena finita la colazione di lavoro - a cui hanno partecipato anche i leader di India, Cina, Brasile, Messico e Sudafrica - Bush si infila su un aereo e parte. In sua vece parla il sottosegretario di Stato Nicholas Burns: Washington auspica che l’Onu «valuti seriamente» le opzioni per costituire un contingente al confine israelo-libanese e ritiene che questa soluzione possa «fornire allo Stato ebraico le garanzie richieste», ovvero la certezza che Hezbollah sia neutralizzata per sempre.
Dunque, via libera anche dagli Stati Uniti, a dispetto delle voci, non confermate, secondo cui ci sarebbero stati momenti di tensione tra Bush e Annan durante le riunioni del mattino. A sorpresa Stati Uniti e Russia diramano un comunicato congiunto sul nucleare iraniano e sulla Corea del Nord: nel testo si ribadisce la preoccupazione per le due crisi e la volontà di trovare soluzioni di comune accordo. Nei contenuti riecheggia quanto i due leader avevano già dichiarato al termine dell’incontro bilaterale sabato mattina, ma non era previsto e questo lo rende importante. I capi della Casa Bianca e del Cremlino vogliono lanciare un segnale esplicito agli aytollah iraniani e al regime di Kim-Jong-Il: l’era delle incomprensioni tra le due potenze sta volgendo al termine. Confidare sulle spaccature tra i grandi Paesi, come hanno fatto abilmente Teheran e Pyongyang, rischia di diventare controproducente. Putin lo ammette a chiare lettere: col vertice di San Pietroburgo nel G8 è iniziata l’era della concertazione.