Annan lascia l’Iran umiliato e a mani vuote

Il governo iraniano avverte: in caso di sanzioni Onu il prezzo del petrolio supererà i 100 dollari al barile. E minaccia di bloccare le ispezioni dell’Aiea

Gian Micalessin

Non è stato solo un insuccesso, è stata un’umiliazione. Arrivato a Teheran a capo chino, Kofi Annan se ne va in ginocchio. La «suprema guida» Alì Khamenei, massima autorità religiosa e politica della Repubblica islamica, lo lascia partire senza neppure concedergli un incontro. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad lo riceve solo per ripetergli le consuete posizioni iraniane sul nucleare, ma gli nega qualsiasi concessione sulla questione libanese e sul disarmo di Hezbollah. E alla fine lo liquida senza neppure presenziare alla conferenza stampa.
Così Kofi Annan, convinto di poter barattare la «pazienza» di Onu e Unione Europea sul nucleare con qualche concessione sulla questione libanese torna a New York con una manciata di mosche in mano. E la sua conferenza stampa finale diventa un’imbarazzante riproposizione delle fin troppo note posizioni di Teheran.
Sul nucleare il segretario generale delle Nazioni Unite spiega di aver avuto un «colloquio molto buono» con Ahmadinejad. Chi s’aspetta novità senza precedenti resta subito deluso. Il presidente gli ha semplicemente ammannito la vecchia sbobba. Ha ripetuto che l’Iran è pronto a tornare al tavolo dei negoziati a patto di non dover prima bloccare la produzione di combustibile nucleare. «Il presidente ha riaffermato la disponibilità e la determinazione iraniana a trovare una soluzione negoziata, ma non accetta di sospendere l’arricchimento dell’uranio prima di avviare la trattativa». Annan ripete la formuletta con il tono di chi ha ascoltato rivelazioni senza precedenti. Come se non fosse lui il segretario di quelle Nazioni Unite latrici dell’ultimatum del 31 agosto che impone all’Iran di metter fine all’arricchimento dell’uranio.
Come se in quest’ultimo anno l’Iran non avesse ripetuto in tutte le sedi Onu di esser pronto a patto che non gli venga chiesto nulla in cambio. Manoucher Mottaki, il ministro degli Esteri iraniano seduto al fianco di Annan, approfitta della conferenza stampa per spiegare che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione contenente l’ultimatum del 31 agosto «sotto le pressioni di Stati Uniti e Gran Bretagna». Definisce l’atto del Palazzo di Vetro un «errore» e un «marchio oscuro». Il capo delle Nazioni Unite l’ascolta come se parlasse di un’istituzione a lui estranea e alla fine non si prende neppure la briga di replicare.
A far capire come girino le cose ci pensano anche i parlamentari della destra conservatrice che salutano la visita di Annan minacciando di votare un decreto capace di bloccare tutte le ispezioni dell’Onu ai siti nucleari. Una prima legge rappresaglia varata dopo il deferimento di Teheran al Consiglio di Sicurezza ha già tolto agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Agenzia Atomica il diritto di eseguire ispezioni a sorpresa e non concordate. Il nuovo decreto, presentato al Parlamento in concomitanza con l’arrivo di Annan, metterebbe fine a tutte le ispezioni dell’agenzia dell’Onu. «Se il Consiglio di Sicurezza tenta di negare all’Iran i suoi diritti – spiegava ieri Alaeddin Borujerdi capo della commissione affari esteri del Majlis - obbligheremo il governo a sospendere tutte le ispezioni dell’Aiea». E in caso di sanzioni, il viceministro del Petrolio, Mohammad Hadi Nejat Hossein, ammonisce che il prezzo del greggio potrebbe toccare i 100 dollari al barile «con conseguenze negative a lungo termine».
Lo smacco più eclatante arriva però sulla questione libanese. Atterrato a Teheran dopo aver spiegato in un’intervista a Le Monde di «preferire la pazienza alle sanzioni», Annan si presenta ai vertici iraniani come il sostenitore delle nuova visione medio-orientale forgiata tra l’Eliseo, Roma e le riunioni finniche dei ministri degli Esteri europei. Una nuova politica della carota e del dialogo da contrapporre ai bastoni e ai diktat di Washington. Una politica del velluto pronta a barattare qualche concessione sul nucleare con un po’ di flessibilità sulla questione libanese, qualche garanzia per la nuova missione Unifil e una disponibilità di facciata sul disarmo dei figliocci di Hezbollah.
Ma non appena mette le sue carte sul tavolo, Annan vede sollevarsi un muro. Ahmadinejad gli garantisce il pieno appoggio per la realizzazione della risoluzione 1701, ma né lui, né il capo del Consiglio di Sicurezza iraniano Alì Larijiani, né tantomeno Mottaki, gli regalano promesse concrete. E Khamenei, l’unico a potersi assumere impegni di quel tipo, si guarda bene dal riceverlo. Se è solo questione di pazienza Annan farà meglio a farne ampie scorte.