Anne Tyler, un fantasma da venti milioni di copie

Si potrebbe semplicemente pensare che uno dei motivi per evitare la scena pubblica sia l’incapacità, o la pigrizia, d’affrontare le critiche. A furia di stare nascosti, chissà, forse i detrattori si metteranno ad aggredire qualcun altro. Eppure la maggior parte degli scrittori, appena superata la prima edizione, si lasciano subito assorbire dal circuito dello show business. Il caso di Anne Tyler è diverso. La signora, che ha appena passato i settanta, scrive da quasi mezzo secolo, ha venduto non meno di 20 milioni di copie dei suoi 19 romanzi - l’ultimo Guida rapida agli addii (Guanda) è appena arrivato in libreria - anche se riscuote gli osanna colleghi come Joyce Carol Oates, Cathleen Schine, John Updike, Nick Hornby, di detrattori ne ha, eccome.
Sarà una sana reazione laicista a quelle origini «Bible Belt» di cui la Tyler va tanto fiera - i genitori quaccheri, per cui rigorismo, idealismo, pacifismo e diritti civili sostituivano serenamente pubbliche relazioni e presenzialismo, vivevano coi quattro figli in una comune del North Carolina, sulle montagne - ma la critica più puntuta viene da quei lettori Manhattan-metropolitan-radical chic scandalizzati dall’assenza totale di erotismo nei suoi romanzi: «la zia zitella del vecchio sporcaccione Roth», la chiamano. Ma lei probabilmente nemmeno lo sa. La signora non considera lo stare in disparte un atteggiamento contigente, ma un nodo esistenziale. A differenza di suoi illustri contemporanei come Don De Lillo o Paul Auster, che «scelgono» con chi sbottonarsi, Anne Tyler non è mai entrata nel girone infernale della pubblicità e dei tour promozionali, figuriamoci in quello di facebook, incontra il suo editore americano una volta l’anno, ha conosciuto quello inglese in occasione di questo ultimo libro, non appare mai in pubblico, non partecipa a reading e conferenze (dice che ha paura di incontrare i suoi lettori perché non parla nemmeno lontanamente bene quanto scrive), non si lascia fotografare e ha imparato solo da poco, ma è prontissima a dimenticarsene, che cosa significhi la parola «intervista». Ecco perché Jonathan Franzen, nel suo saggio Perhance to dream, la annoverava tra gli scrittori americani per i quali «la reticenza è parte integrante della poetica».
Eppure la signora è diversa anche dagli eremiti di culto della storia della letteratura, come J.D. Salinger, Thomas Pynchon o Harper Lee. Dimenticate foreste sociopatiche e antri antimediatici: per trasformare la vita di ogni giorno in una forma di alta letteratura è vitale uscire e fare la spesa («Il cibo rivela infinite cose sulle persone: “Amerà nutrire gli altri o accaparrare scorte?” mi chiedo sempre quando conosco qualcuno. Sarà un conviviale o un inibito?”»), oltre ad avere dal 1967 un domicilio proprio a Baltimora, la cittadina del Maryland in cui quasi sempre ha ambientato i suoi romanzi. Quel che è certo è che in cinquant’anni tutti o quasi, finora, hanno rispettato il suo irremovibile desiderio di privacy. Non ha protestato nemmeno il giornalista che la mattina dopo l’assegnazione del Pulitzer, nel 1989 per Lezioni di respiro, le ha telefonato per un’intervista: liquidato all’istante con cortese fermezza: «La signora è troppo impegnata a scrivere per poter parlare con chicchessia». Se facessero tutti così?
Star letteraria per caso, intitolò il New York Times la prima intervista che si riuscì a farle - solo perché era legata alla testata da un antico rapporto di collaborazione - parafrasando il titolo del suo decimo romanzo, Turista per caso, che nel 1989 divenne un film diretto da Lawrence Kasdan, con William Hurt. In quell’occasione raccontò che ricevette in dono il suo primo libro, The little house di Virginia Lee Burton a quattro anni e che a quaranta lo considerava ancora una grande lezione di vita: «È stato quel libro a insegnarmi come funziona il mondo e come scorre il tempo e la gente cambia e niente rimane mai uguale».
Inizia a scrivere i suoi primi racconti a sette anni, la signora. Si trattava di western su «ragazze molto, molto fortunate che vanno all’Ovest sui carri dei pionieri». Ma dovrà aspettare gli undici prima di frequentare la scuola pubblica di Harvard, dove prendeva il posto del maestro ogni volta che lui doveva assentarsi per badare al bestiame. Fino a quell’età riceve lezioni d’arte, falegnameria e cucina appunto all’interno della comunità quacchera di Celo, vicino a Burnsville: vita dura, visto che avrebbe potuto «Accendere un fiammifero sulla pianta nuda dei piedi». E nel 1964, a 23 anni, dopo la laurea in Letteratura russa alla Columbia, Anne Tyler abbandona un manoscritto sull’aereo. Di proposito, direbbero Freud e forse lei stessa. È l’originale del suo primo romanzo: Se mai verrà il mattino. Ha sempre odiato quel libro e odierà sempre i suoi primi cinque romanzi, che si differenziano dai successivi - impregnati del realismo magico di Baltimora, dove la Tyler si è ammalata di casalinghitudine e scrive dalle 8 del mattino alle 3 del pomeriggio - per l’atmosfera cupa e gotica così simile a quella di altri narratori del Sud come Carson McCullers, William Faulkner e Flannery O’Connor.
Anche in questo ultimo romanzo, la strenua difesa di quel fortino vulnerabile e intrigante che è l’intimità del cuore è il filo rosso che sta sotto alla reazione di Aaron, il protagonista, balbuziente e zoppo, alla morte accidentale della moglie medico (il marito della Tyler, 30 anni d’amore, era un famoso medico, scomparso nel 1997). Sorella, amici, vicini, il mondo lo assedia di consolazione. Ma sarà di nuovo il privato a salvarlo. Dopo tutti questi anni e questi romanzi, la signora ancora nega che i suoi protagonisti, per età, vicende e quotidianità siano la sua ombra eloquente: «Nessuno dei miei personaggi ha qualcosa di me», dichiara. Alla faccia di Flaubert, ma soprattutto dei tormenti ombelicali degli scrittori 2.0.