Anni '80, effimeri a chi?

La generazione che diventò adulta in quel periodo rivendica la propria creatività. Un decennio che in Italia è figlio più del '77 bolognese che di Reagan dimostrando che è possibile cambiare anche divertendosi

Milano - Per chi non lo avesse ancora capito, la storia finisce negli anni Ottanta. E comincia una nuova storia. Ricordate il crollo delle ideologie, il crollo dei valori? Ricordate l’edonismo? Ricordate il moralismo dei reduci degli anni Settanta? Sembrava tutto così superficiale a confronto dell’antico impegno, del sacro furore della giustizia. Tutto così inutile, minimo, non legato ai grandi sistemi di rigenerazione sociale. Chi viveva negli anni Ottanta si sentiva il fratello minore e stupido di qualcosa di meraviglioso, di un sogno sognato e poi svanito. E invece, passa il tempo, e siamo costretti a ricrederci. Non siamo stati una parentesi effimera, siamo stati i veri e consapevoli creatori del nuovo. Abbiamo vissuto un periodo ricchissimo di creatività, di vita, di bellezza.

Lascia di stucco scoprire che l’edonismo degli anni Ottanta non nasce da un progetto di potere, da uno smorzare energie giovanili e potenzialmente rivoluzionarie, ma da una vena liberatoria che pervadeva la società e che chiedeva: «Basta col terrorismo, basta con le stragi, basta con il radicalismo politico, basta con le botte nelle strade, basta con i golpe e con le rivoluzioni, basta con la logica del colpo in testa». Una voce che diceva: «Vogliamo i concerti nelle piazze, vogliamo girare la sera per i centri storici, vogliamo ballare! Ballare!». In Italia l’edonismo reaganiano è più figlio del Settantasette bolognese che dello stesso Reagan. Nasce dai quei ragazzi stanchi degli indottrinamenti noiosi del Pci che si esprimevano con i fumetti, il rock demenziale e una egoistica ricerca di piacere. Pensiamo a Pier Vittorio Tondelli, che vive quelle esperienze e poi diventa il più efficace cantore di una Rimini diventata nazione.

Il Paese si sprovincializza e rimane provinciale, cioè mantiene intatte quelle riserve energetiche che l’immensa provincia italiana ha sempre posseduto. Con i progetti Erasmus i ragazzi vanno all’estero e imparano a essere europei. Le agenzie di viaggi moltiplicano il giro d’affari perché gli italiani si scoprono curiosi del mondo. Lo sguardo non è più rivolto solo verso l’interno, scopriamo realtà nuove, senza però venderci, ma rimanendo abitanti di Parma, o di Reggio Calabria. Ed esportiamo questa nuova creatività. Pensiamo alla musica, ai Litfiba, ai CCCP, a tutta la new wave, pensiamo al teatro d’avanguardia, che conosce, fino all’85, la sua stagione migliore e più matura. Era una sorta di brodo primordiale dove nasceva tutto ciò che oggi è quasi diventato cliché, ma che allora pulsava di vita e di libertà. La moda italiana cresce a Firenze e a Milano, agli inizi degli anni Ottanta. L’industria, nella sua interezza, capisce che non può votarsi solo a una più forte industrializzazione, che l’epoca del «lavora e produci» è finita, che ora bisogna affinare la qualità, che bisogna vendere un marchio.

Il «made in Italy» è un’invenzione degli anni Ottanta, con vestiti, macchine, mobili, tessuti di prima qualità, che ancora oggi ci danno una posizione di rendita sul mercato. Mentre viviamo l’alterità e ci apriamo al mondo intero conosciamo meglio la nostra forza creativa, la nostra unicità. Non abbiamo nulla da invidiare agli altri, ma anzi possiamo raccontare una storia che è solo nostra. L’idea dell’Italia come grande museo a cielo aperto, come parco giochi di massa per la borghesia colta mondiale, nasce in quel periodo, con l’acquietarsi dei disturbi della violenza politica. Siamo riusciti a cambiare la società e lo abbiamo fatto divertendoci e arricchendoci. Perché questo è successo negli anni Ottanta, non ci siamo macerati in sensi di colpa, in sacrifici. Forse è qualcosa di imperdonabile. Abbiamo cominciato a vivere quel postmoderno globale che è ancora il nostro modo di vivere.

Siamo diventati cacciatori di sensazioni, avidi di sapere, abbiamo smesso di credere a capitalizzazioni d’odio epocali, a palingenesi future, per credere a una giustizia più vicina, fatta di lavoro e di impegno in prima persona. Anche di dissolvimento, di liquidità: non si può negare. Ed è anche chiaro che la concezione della violenza è cambiata. Oggi, piuttosto che una guerriglia urbana inquadrata in ideologie, abbiamo un odio orizzontale, un odio di cronaca, omicidi emblematici, follie improvvise. Siamo ancora lontani da una perfetta soluzione dei problemi che riguardano l’aggressività umana. Nonostante però quello che ci viene detto, le nostre città sono più sicure rispetto a trenta anni fa.

Ecco, è passato molto tempo. Forse è possibile fare bilanci. Forse, al di là del «reducismo», possiamo conoscere meglio quel periodo storico. E possiamo vederlo per ciò che è stato: la palestra del nuovo, la ricca palestra creativa dei decenni successivi. La generazione degli anni Ottanta ha veramente cambiato il mondo. Lo ha cambiato in modo durevole. Senza strepiti, senza urli. Senza progetti epocali. Se lo ha cambiato in meglio o in peggio è un giudizio che ognuno può dare in base al proprio punto di vista. Quel che è certo è che il mondo, quella generazione, seguendo il suo estro e la sua forza, lo ha veramente cambiato, e che altre generazioni hanno solo tentato di cambiarlo, senza riuscirci.